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Giovanni e Stefania Cavazzon |
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Sorelle mie P.P.S Editrice – Parma, 1995 |
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Dalla
prima fiaba decifrata, ho sempre cercato il Luogo eroico in cui, insieme ad altre, colte, fantasiose o pragmatiche, canore o
furibonde, mute, in risa o lacrimanti, speranzose, imbronciate, decrepite o
puberi, atteggiate o disinvolte, in ogni caso disponibili, lavorando sodo e
con criterio le parole, ritessere segretamente la vita. Scoperto
il Luogo, possiamo imbandire io e le mie sorelle, impalpabili infiniti
“pranzi di Babette”, ingredienti le parole, morte o appena nate, dimenticate
o logore per l’uso, raccolte dalla sapienza ma individuate dal nostro cuore e
sostenute da una severissima vocazione. Meta di questo mistico camangiare è
l’attuazione di una Nuova, che, per bellezza, profetazione, antinomia e,
dunque, gioia di libertà, sveli, anche solo per una frazione illusoria,
l’enigma della Natura, la Grande Dea Madre, che ci richiama oggi alla luce protagoniste, dagli ànditi sotterranei dove il
nostro Pensiero, la nostra Etica, fingevano di sopire smembrate da tutti gli
“episcopi”. Il
Luogo è la Poesia, ma c’è da capire quale. Ci
fu un Tempo mitico in cui la società patriarcale, sopraffatta dai “nuovi barbari”, consegnò il Vello nelle mani di
Giasone e nascose il significato del Graal dentro il tabernacolo. Rimise i
propri simboli affinché non fossero cancellati e, con essi,
affidò anche le arpe e le cetre, i monogrammi arborei, l’astratta
procreatività di un alfabeto. Gli uomini, intuendone il valore, cercano di
appropriarsi di tutto ciò, ma invano Orfeo volle
riportare in vita la sua ispiratrice. Ormai, Poesia significava cercare lei, ovunque ne
indovinasse traccia, o tentare di sostituirvisi, per avvertire sempre, come
meravigliosamente sintetizza Juan Ramon Jiménez “Solo queda en mi mano / la
forma de su huida!” I
millenni trascorsi da allora non hanno fatto che rieditarne l’essenza e oggi
il suo Luogo è “in ricostruzione”, ve l’assicuro, io sono una specie di
capomastro e i miei operai, per adesso, solo le poche tracce e i frammenti di
quelle infinite donne che compongono la sola, unica, eterna. Ma questo
nostro Luogo della Poesia si compirà, anche per mano vostra, care lettrici!
Basta vigilare sugli archetipi che ogni linguaggio contiene, ripercorrere i
miti con Robert Graves, il poeta
autore di “La Dea Bianca”, accostarsi ai testi prebiblici e induisti, nonché, più semplicemente, sentire l’io Luogo della parola
rinata. Se un critico letterario ricercherà in questa
Poesie analogie con l’altra (quella patriarcale) fallirà.
Apparentemente, dopo le opportune analisi, secondo le leggi catalogiche,
tutto è riconducibile ad una comparazione, però qui equivarrebbe a mettere a
confronto una situazione reale con una virtuale. Ecco. Perché
preferire l’imitazione virtuale quando
l’astrazione della Poesia che riabbraccia il genere primigenio della
parola-poesia. Siamo al chiarirsi del mistero: IMMACOLATA CONCEZIONE.
E’ forse il verbo che innocentemente si è fatto donna e il VERBO è l’ostia
che contiene il corpo prolifico di una madre che può concepire, sia pure con
disagio, il piacere morale antitesi alla morte, rivelatore della morte,
naturalità, crescita, acme, senilità saviezza. Per Umberto Eco è una colomba che
sorvola l’isola del giorno prima, l’ultima delle colombe che accompagnavano
le dee procreatrici, la prima veggente fra gli accademici a favore popolare. A
proposito di accademici, ho scoperto la
pubblicazione di una tesi di laurea su Spazia d’Alessandria, mi sono servita
di questo libro per trarre il profilo a un personaggio così fondamentale per
la nostra ricerca. L’autrice si chiama Gianna Beretta, è di Milano, è una
delle nostre senza conoscerci. Stefania
Cavazzon |
Colloquio tutto particolare quello avviato tra poesia e
immagine in queste pagine. Ad allontanare ogni rischio di un convenzionale
incontro d’occasione la condizione biografica dei due interlocutori: parola e
icone si confrontano in un dialogo, segnato a volte da silenzi, da
incomprensioni, da improvvise tangenze, da comuni intuizioni, un dialogo che al di là della differenza dei modi e degli strumenti del
comunicare, trova una sua giustificazione più profonda nel desiderio di
racconto dei due fratelli. I disegni di Giovanni Cavazzon sembrano voler dare
corpo, consistenza visiva alle tappe di un percorso che si pone anche, credo,
come inevitabile viaggio autobiografico, senza tuttavia tentare alcuna impossibile prova di trascrizione o analogia
strutturale: il punto di tangenza tra pittura e poesia nasce dalla
possibilità di evocare un se pur lontano e simbolico "ritratto", di
portare in superficie un frammento di identificazione destinato a slabbrarsi
nel vuoto del foglio bianco. Le "parole" dell'immagine sono carpite
dal vocabolario della storia e si trasformano in un fluire della linea di
cadenze Art Nouveau; Cenerentola cita "Il ragazzo morso da un
ramarro", la canoviana Giulia espone l'esasperato turgore delle labbra,
Cleopatra e Lucrezia trovano nel contrasto tra
l'illusionismo fotografico del volto e il decorativismo piatto
dell'acconciatura evocazioni klimtiane, mediate attraverso la messa in scena
dei manifesti di Mucha, altrove la grafia sembra rimandare a memorie
dureriane. L'impaginazione tuttavia di questi brani da ricomporre resta costantemente
improntata alla ricerca di una evidenziazione di
alcuni elementi significanti (la bocca, le mani, il volto), che conquistano
l'attenzione dello spettatore attraverso la loro centralità, il loro risalto
plastico, a volte l'esibizione di una sensualità rimarcata, ma sono destinati
poi a subire un processo di metamorfosi, a perdere la loro fisicità per
trasformarsi in materia altra, per divenire semplici ombre, per scomparire. E il disegno segue così la poesia nella segreta alchimia
delle parole. Vanja Strukelj |
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Stefania e Giovanni Cavazzon, fratelli d’arte: lui
sensibile ritrattista udinese, lei poetessa delicata e forte. Sta a Parma. Si sono incontrati nelle pagine a fronte,
in un libro (Sorelle mie) dove
ventun liriche di Stefania dedicate ad altrettanti personaggi femminili
(un’appendice storica ne indica le linee essenziali) sono “ritratte” dal
fratello. Un incontro annunciato: che Giovanni sia sempre stato affascinato
dalla figura femminile non è una novità: ha ritratto
donne famose come la Borboni o Dalila Di Lazzaro, ed è il suo drappo che ha
accompagnato Paliodonna. “Parola e icone si confrontano in un dialogo,
segnato da improvvise tangenze, da comuni intuizioni – scrive nella
prefazione al libro Vanja Strukelj – un dialogo che, al di
là della differenza dei modi e degli strumenti del comunicare, trova
giustificazione nel desiderio di racconto dei due fratelli”. Ancora.
“Il disegno cerca di seguire la poesia nella segreta alchimia della parola”,
afferma il critico, rifacendosi alla tecnica, comune a versi e disegni, i evidenziare alcuni elementi significanti che poi
scompaiono in una magica metamorfosi. Sono la bocca, le mani, il volto, un
oggetto, un’ombra, un simbolo nei ritratti di Giovanni; è un’immagine, un
ricordo, un momento della vita o – più spesso – della morte, che Stefania
coglie nelle sue ventun donne. Donne non qualsiasi,
anzi a dir il vero eccezionali: vittime eroiche come Anna Frank o feroci
assassine come Leonarda Cianciulli che saponificò le pretendenti al figlio;
figure storiche arcinote del passato e del mondo attuale, da Cleopatra alla
Monroe “dalle aliciglia di visone”, a perle sconosciute della storia, tale
Ipazia d’Alessandria, filosofa fatta a pezzi dai seguaci di una dottrina
avversaria. Donne
forti e tragiche, la Petacci (“utero tondo / cassato dal revolver”), la
brigatista Margherita Cagol (“quel volo / dentro la morte armata”); ma anche
figure della tradizione, viste in gustosa ironia, come Cenerentola, che manda
a quel paese le pubbliche mondanità e se ne sta a
casa a sognare presso il camino, o la Bella Addormentata che preferisce non
essere baciata dal principe e continuare a dormire l’eterna giovinezza. E Giovanni, “Principe / talmente esperto / da non osare
più baciarla”, attraverso la magia dei suoi tratteggi apre la porta a questo
sogno vero, dove la donna non è più eterna Addormentata da una cultura che la
domina e la uccide. La sua matita non
teme, come la parola di Stefania si muove libera di creare, di infrangere
“questo monolito / muta trama di sottraendi / sortilegio / senza corpo /
senza nome” che è l’inscalfibile cardine del mondo maschile. Paola Beltrame, da “Nelle liriche e nei dipinti di Stefania e Giovanni Cavazzon - Ventun
ritratti al femminile” |
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