Colloquio tutto particolare quello avviato tra la poesia di Stefania Cavazzon e immagine in queste pagine. Ad allontanare ogni rischio di un convenzionale incontro d’occasione la condizione biografica dei due interlocutori: parola e icone si confrontano in un dialogo, segnato a volte da silenzi, da incomprensioni, da improvvise tangenze, da comuni intuizioni, un dialogo che al di là della differenza dei modi e degli strumenti del comunicare, trova una sua giustificazione più profonda nel desiderio di racconto dei due fratelli.

I disegni di Giovanni Cavazzon danno corpo, consistenza visiva alle tappe di un percorso che si pone anche, credo, come inevitabile viaggio autobiografico, senza tuttavia tentare alcuna impossibile prova di trascrizione o analogia strutturale: il punto di tangenza tra pittura e poesia nasce dalla possibilità di evocare un se pur lontano e simbolico “ritratto”, di portare in superficie un frammento di identificazione destinato a slabbrarsi nel vuoto del foglio bianco.

Le “parole” dell'immagine sono carpite dal vocabolario della storia e si trasformano in un fluire della linea di cadenze Art Nouveau; Cenerentola cita “Il ragazzo morso da un ramarro”, la canoviana Giulia espone l'esasperato turgore delle labbra, Cleopatra e Lucrezia trovano nel contrasto tra l'illusionismo fotografico del volto e il decorativismo piatto dell'acconciatura evocazioni klimtiane, mediate attraverso la messa in scena dei manifesti di Mucha, altrove la grafia sembra rimandare a memorie dureriane. Vanja Strukelj