BELLEDI Giorgio – Persona e personaggio

Fare un ritratto. Cioè ritrarre. Cioè trarre fuori di nuovo. Forse aiutare a ripartorire.

Ma chi è quel clone di noi, tratto fuori e che ritroviamo incorniciato ed appeso al muro, che ci somiglia ma ci sorprende? Un fratello dimenticato? Uno specchio indiscreto?

“Non accusare lo specchio se la tua faccia è storta!”, diceva Gogol ed anche se a volte lo specchio può essere benevolo, nondimeno un leggero senso di estraneità ci colpisce. Così siamo? Così ci vede la gente? Noi portiamo in giro la nostra immagine dimenticandoci di quanto questa racconti di noi. “Siamo maschere nude!” diceva Pirandello e Cocteau (credo) aggiungeva: “Dopo i quarant’anni tutti siamo responsabili della nostra faccia”. Per la verità in questi ultimi tempi si è fatta strada una maggiore consapevolezza, anzi la cura della propria immagine per alcune/i è diventata ossessiva. Cosmetica, lifting, liposuzione, fino ai miracoli della chirurgia plastica. Spesso però l’apparire più vecchi o meno belli non è proprio ciò che più temiamo, quanto piuttosto quello che un ritratto possa svelare di noi, delle nostre più intime pulsioni esistenziali. E questo è particolarmente rischioso quando il ritrattista è Giovanni Cavazzon.

Il suo tratto così minuto, delicato, abbellente, graffito con una tecnica superlativa, di un neoclassicismo arioso e seducente, con cui l’espressività si colora di grazia, adombra e rivela, assieme alla persona, il personaggio. Come ogni buon biografo esso ci dice della persona, della sua disponibilità al mondo, delle sue aspirazioni ed insieme del suo status sociale, dell’ambiente famigliare, del ruolo che la società gli ha assegnato. Sono ritratti che vanno letti con attenzione: uno sguardo, una piega amara, una pensosità disarmante, un’aria di sfida, un’acconciatura, un accessorio, ci raccontano molto; e più del personaggio che della persona. Questi ritratti di Giovanni Cavazzon, scanditi nel corso degli anni e da una lunga frequentazione dell’ambiente umano, visti tutti insieme, ci appaiono come la Commedia Umana di una società ben individuabile, coi suoi miti ed i suoi riti, vizi e virtù, dolcezze, caparbietà ed impeti umorali. A volte sembrerebbe che Cavazzon abbia voluto mettere in scena un piccolo mondo, crearsi un suo teatrino, raccontare di chi attorno a lui vive lavora sogna, con grande rispetto ed amorevole attenzione, ma anche con una punta di ironica perplessità.

Forse solo i bambini sono e restano bambini; l’innocenza dei loro sguardi li assolve da ogni giudizio, anche se in alcuni ritratti multipli possiamo cogliere la preveggenza di un destino non molto diverso da quello che fu assegnato ai loro genitori.

Poi ci sono i ritratti di personaggi pubblici, di spettacolo, e qui il pittore invece di aggiungere ha tolto. Questi che sono già personaggi nell’immaginario comune, ha voluto rappresentarli in una loro più spoglia intimità, fuori dalle luci della ribalta, senza trucco ed atteggiamenti divistici, una volta tanto, finalmente, signori Nessuno.

Chi dipinge, anche quando racconta di altri, racconta di sé. Leggendo questi ritratti scopriamo molto anche di chi li ha creati. Questa mano sorprendente, per abilità tecnica e sapienza dello spazio, è guidata da un uomo che ama i suoi simili. La sua è una tecnica pittorica “amorosa”, innamorata del soggetto che dipinge, acuta nell’osservazione e curiosa, catturante, dei moti dell’animo della sua creatura, una tecnica anche di chi ama profondamente il proprio mestiere, spinto soprattutto dall’intima urgenza di fermare sulla tela il mondo visibile e nascosto che lo circonda e che colpisce la sua puntuta sensibilità d’artista.

Parma, maggio 2003