"Romanticismo, eros, spiritualità nella pittura di Giovanni Cavazzon", Associazione Liciniana, Martignacco (UD) (1-22/12/2007)

3 dicembre 2007 * TRASCRIZIONE

Paolo Guderzo presenta la mostra “Gente e territorio: dal quotidiano al mitologico” e la monografia di Licio Damiani “Romanticismo, eros e spiritualità nella pittura di Giovanni Cavazzon”, Edizioni d’Arte Ghelfi, Verona, 2007

Questa monografia ripercorre la strada di Cavazzon, un artista che non esita a confrontarsi con la storia, visto che la sua formazione è una formazione corretta, perfetta, avendo frequentato un’Accademia d’arte che gli ha insegnato gli strumenti, i mezzi, il metodo della comunicazione.

E’ strano oggi incontrare un artista che ha coraggio di rapportarsi e di comunicare messaggi in questo modo. Oggi l’arte si esprime con stranezze, soprattutto con astrattismi, con costruzioni, con rivisitazioni: invece con Cavazzon abbiamo un messaggio diverso, che è la continuazione di quanto l’Accademia gli ha insegnato: soprattutto un’Accademia che esprime anche il modo che Cavazzon ha di rapportarsi con l’opera d’arte.

Avete sentito il titolo della monografia: “Romanticismo” innanzitutto. Romanticismo che, vi ricordo, dal punto di vista storico, artistico, letterario, è qualche cosa che precede l’impressionismo; uno dei grandi protagonisti di questo momento, dal punto di vista della storia dell’arte, è Ingres. Ingres dipinge uella modella vista di schiena che reincontrerete in questo percorso della mostra in un omaggio di Cavazzon e che vi aiuterà in qualche modo a percepire quanto la formalità, la perfezione, sia uno degli elementi che deve caratterizzare l’arte di per sé. Ingres faceva parte di quell’Accademia fedelissima all’espressione artistica come rimando all’arte antica. Fu uno degli antagonisti e degli oppositori più feroci all’impressionismo; egli faceva parte della commissione che decideva quali dovevano essere i dipinti da esporre ai Salon parigini; lui aveva frequentato l’Accademia di Francia ed aveva avuto l’opportunità, vincendo un premio, di trascorrere a Roma tre anni fondamentali per perfezionare il proprio insegnamento; pertanto egli sosteneva che soltanto chi frequentava con perfezione, con correzione, una scuola poteva poi dedicarsi ad una rappresentazione.

E quello che invece succederà successivamente con gli impressionisti sappiamo essere tutt’altro. La loro reazione sconvolge il modo di essere della storia dell’arte in un modo sorprendente, perché poi arriverà tutto: l’espressionismo, il futurismo e poi arriveremo a queste espressioni che probabilmente avete visto se frequentate le biennali d’arte veneziane o le gallerie d’arte delle più grandi città italiane.

Romanticismo, eros, spiritualità. Prima, in strada, un amico dell’artista, gli chiedeva come mai, dopo tutti questi anni di lavoro, si spingesse verso la spiritualità e concentrasse la sua attenzione su quella che è l’Arte Sacra. Ma non dimentichiamo che in mezzo – e non solo – c’è un momento così singolare, che quello di concepire, di cogliere l’eros come qualche cosa che deve emergere, che deve diventare il soggetto della sua arte. La serie delle Veneri ne è la testimonianza più tangente.

Vorrei iniziare proprio pensando a che cosa può caratterizzare come primissima testimonianza l’attività di un artista. Qualcuno sostiene che l’arte, se è veramente formale, è volta a stilizzare, a idealizzare la vita. Qualcun altro invece sostiene che è il naturalismo il modo di esprimersi dell’artista, che deve trapelare, deve essere appreso guardando le cose che ha di fronte.

Mi pare che quello che Cavazzon riesce a mettere in atto in questo momento – poi in fondo in fondo è anche un filo che conduce tutto il suo percorso artistico – sia proprio questo avere il coraggio di utilizzare quella tecnica, quella profonda maestria che l’Accademia gli aveva insegnato e alla fine esprimersi sposando in pieno una concezione d’arte che è naturalistica. Non è assolutamente astratta. Il confronto è fondamentale. Pensate all’astrattismo come l’opportunità che si ha nel momento in cui si guarda da una finestra e ci si allontana sempre più. Si astrae dalla realtà qualche cosa che è diverso da quello che invece fa l’osservatore nel momento in cui riesce a guardare oltre il vetro e quindi a spaziare, a confrontarsi con la realtà.

Perché allora voglio dirvi queste cose e iniziare la presentazione di questa mostra e di questa monografia, che non è altro che questo percorso, partendo da questa espressione? Fondamentalmente per sottolineare che uno dei valori che l’arte, la pittura più di tutto, vuole trasmettere, è che la produzione di un artista deve essere l’espressione del suo sentire. Il suo operare in fondo, è il frutto del desiderio di comunicare qualche cosa, ed è questo il messaggio che trapela guardando le sue opere. Questo è quello che mette in atto Giovanni Cavazzon. Soprattutto quando si cimenta nell’utilizzo di elementi che caratterizzano la nostra realtà, come l’eros, la passione, ma anche la spiritualità, i sentimenti. E ora più che mai parlare di un artista che ha raggiunto ormai la generale estimazione, vuol dire confermare la prova della validità della sua personalità, e di uno stile che lo ha caratterizzato e che è stato sempre costante in tutta la sua produzione. A conferma proprio della sincerità della sua ispirazione, sta la coerenza che accompagna tutta la sua opera di cui abbiamo l’opportunità oggi di vederne lo sviluppo, in un percorso in un percorso tematico e allo stesso tempo cronologico.

Va sottolineato per inciso che il momento di una mostra come quella di oggi è una grande scommessa che l’artista fa prima di tutto con se stesso, perché continua a mettersi in gioco e a obbligarci a guardare le cose con un occhio del tutto particolare.

Lui vuole farci percepire il suo stile, il suo modo di essere e aiutarci ad entrare in queste immagini con la sua sensibilità. Io lo sottolineo sempre: siamo quello che abbiamo dentro di noi. Più ricca è la nostra cultura, più profonda è la nostra sensibilità, più sappiamo leggere le cose che vediamo. E allora anche guardando le sue opere noi potremo percepire che tutto appare come una scoperta, perché ogni nuova opera d’arte, che sia veramente tale, è una scoperta, è un’aggiunta, un qualche cosa che va a completare il modo di essere di un artista. Soltanto in quelle avventure che sono state impersonali, che sono mutevoli perché non hanno radici nel sentimento profondo della persona che le ha create, solo là non c’è nulla da dire.

Quello che l’artista mette in atto nel momento in cui ci propone delle cose ci fa percepire le sue emozioni, ci costringe a guardare e a tradurre queste emozioni con la nostra sensibilità. Ogni mostra in fondo ci deve offrire questo. Non annunci pretenziosi di nuovi messaggi, ma scoperte di nuove vie, di nuovi modi: nello stesso tempo una mostra diventa un accrescimento della strada segnata da una vocazione fondamentale, vera, che è quella di un artista che ci spinge a guardare delle cose e ad approfondire anche la nostra sensibilità.

Guardando le opere di Cavazzon c’è però qualcosa di diverso, impalpabile, che ha a che fare con il sentimento del tempo; quello che osserviamo è un percorso, è un metterci davanti a uno specchio, è un vedere il tempo che passa, è un racconto che leggiamo attraverso le sue immagini. I dipinti di Cavazzon manifestano qualcosa che ciascuno di noi ha provato e non ha mai avuto il coraggio di dire, di esternare. Lui invece ce lo propone con le immagini che vedrete in questa sede così importante per questa città. E quello che coglierete è proprio il tempo che viene trascritto, è il tempo dell’incanto, perché Cavazzon ferma istanti e mette alla ribalta le emozioni e le sensazioni provate in quel momento. Quello che contiene la sua immagine, la sua proposta, sono praticamente i nostri sogni, sono le nostre aspettative. E d’altra parte, ricordiamolo, il dipingere è un’attività autografa; proprio come il poeta che combina delle parole per trasmettere un racconto, per raccontare una poesia. Lo stesso fa il pittore: usa delle immagini e ci racconta qualche cosa che ha dentro di sé e che vuole farci percepire. Lui usa il colore, il colore che si contrappone con altri colori: si accosta a tantissime tonalità.

Il percorso di Cavazzon, l’abbiamo sentito, non è stato breve e nemmeno un percorso facile. Ha comportato picchi, cadute, come avviene per ognuno, ma soprattutto per chi ha il coraggio di proporsi, di esporsi. Sono state fasi ardue, anche nella sua vita, nel suo modo di essere. Fasi ardue di ricerca: ha provato insoddisfazioni, altre volte pienezza, soprattutto quando mi raccontava di certi modi di proporre dei ritratti, di ambientarli, delle persone che ha incontrato e del tempo che lui ci racconta in questo modo.

Come è stato scritto, tutta la realtà è presente in un’immagine, in un quadro. Manca ogni divisione o presenza simbolica tra la parte ed un tutto. Ed è il nostro sguardo a compiere, dall’interno della rotazione che riscopre la compresenza di entrambi nell’opera, distinti e uniti, l’immagine e l’emozione. Soltanto un distanziamento prospettico consente di cogliere appieno questa differenza. Ed è una sorta di anamorfosi che va ben al di là della concezione spaziale. Vorrei concludere e dopo finalmente con voi poter fare questo percorso della mostra, ricordando anche gli amici comuni che ci hanno fatto conoscere, Ottorino Stefani, Paolo Tieto, della Torre, Batacchi – artisti, critici, persone che sanno riflettere profondamente su se stesse e che poi sanno trasmettere questi contenuti.

Vorrei concludere proprio con la prima frase di questa prefazione che abbiamo cercato di introdurre in questa monografia. Proprio ripercorrendo questo gioco singolare che c’è tra un artista e l’immagine, l’arte, il prodotto. Lo facciamo con Arturo Martini, un artista trevigiano, grande protagonista del secolo scorso, per me è un artista eccezionale, perché mi conduce per mano accanto al Canova, nei luoghi in cui opero e con cui mi confronto in continuazione. “L’arte, afferma Arturo Martini, è la cosa più facile di questo mondo (…), è un’operazione naturale (…) averla in testa non significa niente. L’artista è come un operaio. Non ha qualità particolari a sua disposizione se non questo suo sacco poetico (quasi un cappello del mago): quando ci mette le mani, tira fuori (…)” qualche cosa di particolare. E anche noi delle volte potremmo essere portati a dire “ma, anch’io sarei stato capace… anch’io potevo farlo” ma non sono riuscito a entrare con la mano e prendere l’oggetto giusto, e poi magari a rappresentarlo come immagine. “L’originalità per un artista è la più tremenda delle prigioni. Io, dice Arturo Martini, che conosco il fatto della creazione, dell’opera d’arte, mi metto in un angolo, mi siedo, proprio come fa il gatto che aspetta il topo” bisogna sempre aspettare. E’ sempre fondamentale per un artista aspettare che l’opera d’arte sia in un momento di distrazione. Solo allora il gatto riesce a cogliere il topo, solo allora l’artista sa cogliere quell’elemento particolare. Quel momento di distrazione. “Allora comincia, dice, una lotta furibonda e la tua finzione ed è quello che tu rappresenterai nel dipinto. E come il gatto fai l’indifferente, cerchi di prenderlo e lui scappa, ti siedi ed ecco che all’improvviso lui salta sulle tue ginocchia ed è l’opera d’arte che ti si è avvicinata. Questa è l’opera d’arte, allora la puoi accarezzare e anche strangolare, se vuoi. E solo in quel momento l’opera d’arte diventa tua. E la funzione dell’artista è proprio questa: farcela accarezzare, farcela percepire. Volerla e possederla.