"Sbatecolât" - Galleria La Loggia, Udine (17-30/10/2009)

Giovanni Cavazzon non ha portato, in questa mostra, le sue splendide Veneri, voluttuose e insieme algide, ricreate nella contemporaneità come attraverso un ingannevole gioco di specchi, di travestimenti, né le Baccanti dai corpi seducente di sensualità smodata, ornate di sarmenti e di fronte, sgargianti di colori affocati.
Egli sembra ritornare alle tematiche di alcuni anni fa, ai paesaggi raffiguranti borghi agresti, colline soleggiate, terrazzamenti a vigneto, altipiani paglierini, slarghi fluviali resi con scrittura nitida. Una pittura limpida, energiche grafie scattanti e nervose, squarci fiammeggianti alternati a evanescenze, a visioni morganatiche, come a uno stormire d'ombre colorate, giochi sottili d'infingimenti, di rinvii, di rimandi graffianti, di sognanti apparizioni. Sensuose malie.
I piccoli guazzi dedicati alle Vedute del Natisone e alle Chiuse sul Cormor, tramate di verdi trasparenti e riflessi dorati, con i grumi policromi di casette sfuocate lungo le sponde, più che immagini del reale sembrano visioni morganatiche, epifanie affiorate su veli fluttuanti d'acque, palpiti lievi di un incantamento, riflessi specchiatisi in vetri appannati, leggeri e fragili come fuggevoli memorie di una stagione incantata. Epigrammi pittorici insinuanti e preziosi.
Cavazzon è artista di estrema raffinatezza. Egli affonda nei misteriosi antri del passato per estrarre magiche suadenze. Sul respiro ampio delle prospettive naturalistiche improntate a squarci di gran teatro della fantasia hanno certamente influito gli studi in scenotecnica seguiti a Parma, dove acquisì il diploma di Maestro d'arte. Ma la visione costruita in rigorosi schemi prospettici si smaterializza, si fa aerea immagine interiore, palpita di fremiti lirici. Una sensibilità tesa modula la percezione, la sublima.
Dai piccoli quadri epigrammatici il pittore passa a composizioni di ampie dimensioni. Si guardi alla "tavola-cinemascope" Il fiume Torre d'estate. Lo sviluppo orizzontale dell'inquadratura, articolata su tre fasce parallele, dà all'imponente brano paesaggistico una dimensione epica: il alto il cielo di un azzurro terso acquamarina; al centro le sponde chiazzate d'impasti di vegetazione verde zenzero, gialliccia, verde scuro, nero-carbone con accenni di venature blu, squarciata in diagonale dal sentiero-canalone di sassi che sfocia nel greto bianco abbagliante, con sfumature celesti, di ghiaie e di acque. L'osservatore è come trascinato dentro la rigogliosa possanza dei colori costruiti per blocchi sfaldati nella luce.
In Torre di Coia il paesaggio tarcentino si trasfigura nello scenario di un'antichissima "favola bella". La torate dell'epifanico Pignarûl grant diviene la posterla di un maniero medievale, scorciata di quinta sul mareggiare di vegetazione resa con irrealistici colori fauve. Colori delicatissimi irradiati da una luce interna alla tela, colori sospesi, fuori dalla storia. Sembrano prossimi a comparire alla ribalta cavalieri in corrusche corazze o, forse un principe azzurro che conduce nel castello sulla collina la leggiadra fanciulla salvata dalle spire malefiche del drago e abbracciata in groppa al destriero. Romanticismo, purezza formale, voglia di gioco, citazioni fino al virtuosismo, seducenti dolcezze e talvolta addirittura sbrigliate parodie della memoria si esibiscono in sofisticati processi di speculazione mentale.
Sul lato basso di alcuni paesaggi il pittore aggruma minuscole pietre. Fanno da contrappunto ai granelli di polistirolo ammassati lungo il lato inferiore della scatola lignea, o cassa d'imballaggio, in cui sono inserite le immagini delle dee evanescenti che Cavazzon ama trarre dai modelli dell'arte classica. Qui si allude ironicamente al trasferimento dei capolavori del passato destinati a grandi mostre che attraggono l'isteria delle masse e il cui valore storico-estetico passa in secondo ordine rispetto al fattore-moda. Invece, attraverso le pietruzze "paesaggistiche", Cavazzon intende richiamare la sostanza oggettiva dell'evocazione di una realtà naturale; sono tracce di una concretezza poeticamente assaporata.
Riprese da motivi già trattati in passato sono i Portali e le Finestre "ricamate" di motivi naturalistici dai quali, spesso, emergevano in dissolvenza tornite suadenze di evanescenti figure femminili. Nella nuova sequenza, dalle Porte e dalle Finestre le fanciulle sono scomparse. Imposte e battenti rimangono serrati. I particolari appena accennati delle facciate dicono l'abbandono degli edifici semidistrutti. Dalle aperture protette da grate di disegno liberty e dai ricami di ferro battuto, "vestite" d'imposte sconnesse, di infissi deteriorati, di vetri infranti, dagli usci di legno serrate da chiavistelli, dalle mensole e dagli stipiti seicenteschi, da balaustre e serliane di pietra sbrecciata, si sprigiona una qual nostalgia per un tempo perduto. Nei vasi deposti sui davanzali giacciono lattine vuote di Coca Cola, bottiglie ammucchiate alla rinfusa, rosseggiano rose e fiori di geranio abbandonati chissà da chi, quasi un canto sugli impiantiti della morte, uno sfoggiare di vesti festose in atmosfere di lutti, o forse fiori deposti sulle tombe del ricordo.
Quasi solenne epigrafe a celebrazione dell'estremo decadimento è il bronzeo battente in foggia di testa leonina dipinto in monocromo grigio con acribia iperrealista, sotto il quale si allinea il filare di sassi che accennano alle pietre sconnesse del palazzo di un'altra età, forse abbandonato. Elegia di un ciclo storico. E poi i Muri: tarsie irregolari bianco calce contrappuntate da superfici rosso fuoco, giallo zafferano, verde pisello, nero, bruno, giallo solare, venate di trasalimenti segnici, di orme, d'impronte, sulle quali si incidono girali di cancellate liberty, poltroncine di ferro da giardino, a esprimere fremiti di nostàlghia. Muri grondanti di pampini, di tralci, di foglie di vite, di grappoli d'uva, di cascate di chicchi come perle o tessere musive scintillanti di colori, muri tappezzati di girasoli avvizziti eppur sgargianti, di rosolacci, di zucche e pannocchie di granturco, d'intrecci di sterpi filamentosi incrostati di muffe e di erbe smeraldine, di petali bianchi, di velari azzurro fiordaliso.
Cavazzon ripropone gli stessi motivi negli inchiostri e nelle incisioni. La musicale armonia del disegno è limpida, quasi surreale nella sua nettezza. Sono, ancora, particolari di balconi, di ballatoi, di finestre, di muri, di portali. Dal surreale calco quasi fotografico traluce come una nostalgia, un desiderio di possesso totale, un bisogno di fuga nella perfezione dell'anacronismo per ritrovare la scintilla di un'emozione. Le immagini diventano ombre di un mondo perduto. La loro assoluta purezza si dissolve nell'illusione.
Nelle ultime composizioni Cavazzon reinserisce elementi materici, facendoli aggettare sul dipinto che accenna a motivi paesaggistici sintetizzati fino al limite dell'astratto. Accanto ai sassi, radici, rami calcinati, bottiglie di plastica creano un urto stridente con la pittura. L'artista polemizza con l'inquinamento, con lo sfregio alla natura provocato dall'uomo. Argomento, peraltro, già posto, in passato, seppure in termini soltanto pittorici, con il ciclo delle Discariche.
In sostanza, egli vuol rendere omaggio al Friuli divenuta sua terra d'adozione, spiega nell'arguta autopresentazione stesa in una lingua friulana acquisita per studio e per amore. Una lingua gustosa, sapida, ricca di autenticità e di singolare freschezza. Come la sua pittura.

