CAVAZZON Giovanni – Il Ritratto, secondo me

Lo sdoppiamento del ditirambo, che darà vita alla prima forma di dialogo, consente a Dionisio di diventare PERSONAGGIO.

Con il Personaggio nasce la rappresentazione di una storia. “… Alla Tragedia l’alto compito di celebrare…” “… Alla Commedia l’arduo percorso demistificatore tra i meandri della contemporaneità…”

Aristotele o Platone, e comunque l’Arte Drammatica, sanciscono nel tempo la storia della società, nel bene e nel male.

Il giovanile contatto con la scenografia ha suscitato in me il desiderio di non incorniciare il Personaggio con il boccascena, separandolo dal pubblico, bensì di farlo diventare presentatore e, al tempo stesso, fruitore della vicenda.

Credo che il ritratto sia la categoria pittorica meno casuale: si esprime con segni molto complessi, non sempre facili da decifrare; “…infatti si dice che un buon ritratto di una persona sia anche il ritratto di una società.” Questa affermazione del mio amico pittore Pasotti mi trova perfettamente concorde. Ho sempre creduto che ritrarre una persona voglia dire presentarla in modo da farla riconoscere a chi è già nota, e soprattutto farla riconoscere a se stessa intimamente ed in modo globale

In tutta la mia opera mi sono sempre proposto di rappresentare determinati aspetti della nostra realtà sociale. Ho tralasciato gli atteggiamenti gestuali della pittura contemporanea per rivisitare alcuni elementi espressivi classici usati nel recente passato, allargando così gli orizzonti della mia pittura narrativa.

La tradizione ci ha abituati a ritratti in cui i simboli del mestiere e le citazioni storiche esaltavano la posizione sociale del soggetto. Seguendo la nuova figurazione, l’indagine sul personaggio che ho compiuto mi ha portato invece all’esecuzione di quadri che sono spesso allegorici del personaggio nel suo ambiente, nelle sue passioni, nel suo rapporto con ciò che lo circonda (ad esempio, nel ritratto di Lucrezia e Filippo è raffigurato anche il loro cavallo, cioè la loro passione, non il mestiere).

Nella mia opera, i ritratti sono eseguiti scegliendo varie soluzioni tecniche: il ritratto non è solo “olio su tela”, ma può (e deve) sposare diverse tecniche, pur senza mai invadere il campo della fotografia (al di là della somiglianza, che pure deve restare assoluta ed univoca).

Questo perché ogni soggetto, cioè ogni persona (o ogni personaggio?) è unico ed irripetibile.

In altre parole, la molteplicità umana può (e deve) esprimersi attraverso una molteplicità di tecniche, meglio se personali e nuove.

Anche per queste ragioni in alcuni ritratti il volto si moltiplica, in un’evoluzione di quel modello tradizionale che spesso ci ha abituati ad una figurazione statica.

Ma ad ogni mutamento di una nostra idea, di un nostro pensiero corrisponde un mutamento dei nostri tratti somatici ed il ritratto di Emanuela è emblematico della molteplicità del nostro aspetto interiore.

Così come il triplice ritratto di bimbo, che ferma, come in un montaggio cinematografico, diverse espressioni: sappiamo tutti come un bimbo cambi d’improvviso umore e passi d’un soffio dal riso, al broncio, al pianto.

Il ritratto non è solo esibizione di sé, ma è anche espressione di sentimenti. La famiglia e la maternità sono temi che ritroviamo in ogni cultura. Nella nostra società il concetto pieno di maternità è spesso sacrificato dalle esigenze reali: il lavoro, l’asilo, e così via, spesso mortificano il rapporto tra la madre ed il figlio. Ecco allora che in alcune mamme nasce il desiderio di fissare un momento, un sentimento che possa restare immutato nel tempo e possa riempire quelle lacune create dalla vita.

Diversamente che nella foto (dove molto spessi ci troviamo ridicoli), nel ritratto - che non è immagine stereotipa - avviene il fenomeno del riconoscimento o del disvelamento del soggetto: attraverso un ritratto psicologico accade di trovare una mamma “gelosa” per aver carpito quella mossetta che credeva di conoscere solo lei, ma che è tipica ed univoca di quel bambino che tuttavia è già persona e personaggio.

O capita che il soggetto adulto, abituato a vedere se stesso attraverso lo specchio, si veda finalmente con gli occhi di un altro e dica “ma allora, sono proprio così?”

Per alcuni, il ritratto è un ricordo di chi non c’è.

Il committente in questo caso vuole ristabilire un contatto con la persona amata e si affida non già ad un fotografo che gli riproduca “in grande” una fotografia, ma ad un pittore che sappia andare al di là della somiglianza fisionomica (che pure necessariamente egli ricava dalla fotografia stessa) e faccia tornare in vita quello sguardo o quel vezzo tanto amati.

La finestra dei ricordi ritrae non soltanto una donna mancata all’affetto dei suoi cari, ma descrive il luogo (il timbro sulla vecchia foto della carta d’identità) e l’albero genealogico (sua figlia andava, da piccola, a giocare sul leoncino e sua madre cuciva dietro a quella finestra, a quel tempo aperta), ovvero descrive il legame e la continuità della vita, nonostante tutto.

In altri casi il ritratto è un omaggio, come il Ritratto di Primo Carnera, eseguito in pirografia. È una tecnica antichissima, sempre stata usata a scopo decorativo.

Di fatto l’ho utilizzata come mezzo grafico, cioè di incisione del legno con il fuoco e l’ho scelta perché il fuoco è l’espressione massima dell’energia, in parallelo con l’energia del pugile.

Ho preferito il legno chiaro, a sostituire il bianco della carta; ho rappresentato il volto di un Carnera giovane, agli inizi della carriera, come testimonia la sigla alle sue spalle. È rivolto al futuro, con la speranza sostenuta dalla volontà e dalla forza d’animo.

Ho evidenziato i pugni, cioè il “mezzo” con cui egli ha raggiunto il suo obiettivo: tuttavia sono pugni che non incutono timore, semmai rispetto.

La valigia e le scarpe sono il punto di partenza (un passato da emigrante ormai alle spalle) ed il punto di arrivo (gli abiti eleganti, a cui ha sempre tenuto, rimandano all’apice della sua carriera).

Ho rappresentato Carnera a torso nudo perché il “personaggio” appartiene ormai al mito, come un eroe greco; indossa i pantaloni (non i pantaloncini da boxer) perché la “persona” è – con le sue scarpone – perfettamente attaccata alla terra.

In buona sostanza, il ritratto è un modo per entrare nelle persone, per indagare tra i vari strati sociali: è di fatto lo studio di una società e di un costume.

Spesso si tende a confondere il significato del ritratto e così lo si riduce al mero riscontro fisionomico: “Sembra una foto”, si sente spesso dire.

È invece necessario comprende la ricerca psicologica ed estetica dell’opera.

Esemplare a questo proposito e il ritratto di Papa Giovanni XXIII.

Per eseguire questo tondo non mi sono limitato ad estrapolare i dati somatici (il Papa buono è universalmente conosciuto), ma ho cercato attraverso una mia tecnica particolare di glorificarne la figura.

I colori che a volte compaiono per trasparenza intersecandosi con i colori in primo piano conferiscono all’immagine un senso magico, onirico, un’alternanza tra presente e passato, tuttavia con un forte legame con la realtà ricavabile dagli inequivocabili tratti somatici ed al riferimento preciso all’evento epocale della sua enciclica.

Tutto prende un senso straordinario quando ricevo una telefonata così: “Giovanni, ti ricordi di me? Avevi fatto il mio ritratto insieme a mia moglie e i figli; adesso sono diventato nonno… Potresti…?”

Tutto prende un senso straordinario quando ricevo una telefonata così: “Giovanni, ti ricordi di me? Mia mamma è mancata, ma per fortuna c’è il ritratto; ogni mattina incontro il suo sorriso vivo. Grazie Giovanni”.