PASCOLO Anna - "Metamorfosi", l'eredità artistica.
L’eredità artistica che il maestro Cavazzon ci ha lasciato è significativa sia per la qualità intrinseca, sia per la quantità delle opere e varietà dei temi e delle tecniche. Nell’ultimo intervento critico cui egli assistette (era il 22 novembre 2024), il prof. Ivan Crico, in una lectio agli allievi dell’Accademia di Belle Arti “G.B. Tiepolo”, spiegava che «Cavazzon si considera “un figlio diretto della scenografia” e basa il suo lavoro su un delicato equilibrio tra “il vero e il falso”. Nella sua prospettiva, infatti, la scenografia è stata il mezzo per accostarsi alla vita con un realismo che non si limita alla semplice rappresentazione, ma si avvale di uno studio profondo, con aperture sempre più meditate verso una dimensione ontologica, dell’idea di illusione». Cavazzon precisava che la scenografia è illusione, dunque teatro. Lo spettatore deve illudersi di partecipare alla scena che di volta in volta si svolge nei ricchi ambienti della corte, o nelle periferie degradate, o in un luogo austero. È il falso del vero.
Continuando, il professor Crico mostrò diverse opere del pittore commentando: «Ci siamo incontrati, io e Cavazzon, ed abbiamo parlato anche di quella che è la visione, la filosofia dell’arte di Giovanni ed è emersa questa cosa molto bella, per cui l’arte non deve nascondere quelle che sono le brutture, la violenza, le parti più oscure dell’animo umano; essa ha il potere di trasfigurare attraverso la sapienza pittorica, la bellezza della composizione, la scelta sempre perfetta dei colori, e quindi tramutare in qualcosa di bello. La bellezza non è legata semplicemente al fatto di cercare “bei soggetti”, ma piuttosto nel “redimere”, attraverso la pratica della pittura (che nel suo caso è anche religiosa, infatti c’è una pietas profonda nei confronti dei soggetti che egli va a descrivere) e nell’avere un’idea estetica che travalica i drammi del presente e li trasferisce in una bellezza senza tempo. Le Metamorfosi sono lavori emblematici, da questo punto di vista, con queste bambole rotte, che tradiscono anche un debito nei confronti della grande arte scenografica del Settecento, perché in un primo momento sembra quasi una rappresentazione di nubi tiepolesche con gli angoletti, ma di fatto rivela una realtà molto più drammatica».
E' stato pubblicato un volume che riporta alcune opere del ciclo intitolato Metamorfosi, realizzato tra la seconda metà degli anni 1980 e gli inizi '90; il maestro Giovanni Cavazzon vi riversò il sentimento di forte inquietudine causato dalla vista di bambole deturpate e ferite, i cui corpicini spuntavano fra ammassi di detriti. Egli tradusse tale turbamento in composizioni di forte impatto, ove quei pupazzi ci mostrano, immobili, le loro mutilazioni; in alcuni quadri le piccole teste collocate su legni in forma di croce si trasfigurano in inquietanti spaventapasseri. Con tale intestazione, il pittore denuncia che nella realtà da lui percepita non sono stati divini o magici gli interventi che hanno generato la trasformazione; gli interventi sono stati umani. Dunque siamo noi a trasformare un balocco in un detrito, ad annullare l'altro, la vita. Tuttavia, queste opere manifestano anche un messaggio di speranza, poiché noi sappiamo renderci protagonisti del processo opposto che tende verso un concreto, positivo rinnovamento.
Questi quadri hanno accompagnato le parole di una ‘tavola rotonda’ che ha avuto per tema il racconto della guerra nell’età dei conflitti globali; nell’osservarli viviamo la stessa angoscia che quotidianamente soffriamo per le immagini che i reporter ci forniscono dai luoghi dei conflitti. Immagini che nella loro crudezza colpiscono, feriscono e invitano alla riflessione. Non tutte le Metamorfosi sono state all’epoca documentate e quanto abbiamo raccolto deriva da stampe analogiche o fotocopie; alcune immagini sono “ripulite” tramite intelligenza artificiale che però non ne restituisce l’emozione; ne consegue che le riportiamo ugualmente, a titolo di documentazione.

