SANDRI don Adriano e SIRONI Maria A. – Sacralità della Natura
Il termine “sacro” deriva dal latino sacer, rinvenuto per la prima volta in una iscrizione sulla Lapis Niger romana, una sorta di tomba risalente al VI secolo avanti Cristo, che avrebbe portato conseguenze negative a chi avesse osato deturparla.
Sacra era quindi una cosa da non toccare, pena la maledizione.
Questa visione, a nostro avviso, può essere applicata alla Natura, come cosa da non toccare, da non alterare.
Del resto basta pensarci: è la natura, nella sua componente vegetale, che produce l’ossigeno ed è alla base della catena alimentare che dà la possibilità di esistere a tutti gli altri esseri viventi.
Che la natura sia sacra è un concetto che, crediamo, tutti siamo disposti a riconoscere, anche se nel mondo occidentale da un paio di secoli, e in altre parti del pianeta negli ultimi tempi, si tende a relegarlo in un angolo della mente, come elemento teorico, bello, interessante, ma che poco ha a che vedere con la vita pratica e con lo sviluppo tecnologico, quando non ne è addirittura in contrasto.
In occidente oggi la coscienza si sta svegliando, come testimoniano la voce di papa Francesco, gli appelli di Greenpeace, i movimenti giovanili e tanti altri che però, nel marasma irrisolto dei rifiuti e della plastica, rischiano purtroppo di rimanere inascoltati.
Eppure… non è così dappertutto e non lo è sempre stato.
Secondo il racconto di un amico sherpa, sulle colline del Nepal, al di sotto delle grandi montagne innevate, ci sono ampie e dense foreste che, secondo la tradizione, sono abitate dai banjakri, gli spiriti della foresta. Questi esseri, che nessuno ha mai visto, ma che i valligiani sono pronti a descrivere, vivono in grotte e in anfratti dove la vegetazione è più fitta, ne sono i custodi, e puniscono, con sassi (o frane) coloro che osano toccarla, magari per tracciarvi una strada che per gli umani invece sarebbe utile.
Secondo questa prospettiva la foresta è un ambiente naturale che non deve essere disturbato, violato.
È una voce che si ritrova soprattutto nella memoria degli anziani e che adesso viene sempre più riascoltata dalle nuove generazioni.
A questo proposito desideriamo offrire una riflessione che ci pare bello condividere.
Nel giardino di Maria Antonia c’è un castagno, lei lo ha sempre visto, sicuramente ha più di cento anni. Nella sua giovinezza era un tronco unico, grosso e rugoso; poi l’ha visto disseccarsi, mentre intorno i “figli” si sviluppavano.
Adesso questi sono grossi e rugosi come il loro padre.
Per noi questo vasto complesso verde, che fra l’altro produce castagne eccellenti, è l’albero degli antenati, non sappiamo quali, perché la sua famiglia si è insediata in questo giardino solo negli anni Trenta del secolo scorso. Ma non importa, gli antenati sono fuori dallo spazio e dal tempo.
Un giorno ai suoi piedi abbiamo celebrato un rituale e bruciato incensi con un lama tibetano, uniti nell’amore per tutti gli esseri viventi.
Anche di questi particolari, crediamo, sia fatta la storia di un albero e chissà quante altre ne hanno raccontato al maestro Giovanni Cavazzon gli alberi solitari e antichi che lui tanto ama, riproduce e tratteggia con mano sapiente. Nelle sue opere si legge chiaro il messaggio di sacralità.
Velate (VA), aprile 2022

