BELTRAME Paola – Nelle liriche e nei dipinti

Stefania e Giovanni Cavazzon, fratelli d’arte: lui sensibile ritrattista, lei poetessa delicata e forte. Si sono incontrati nelle pagine a fronte, in un libro (Sorelle mie) dove ventun liriche di Stefania dedicate ad altrettanti personaggi femminili (un’appendice storica ne indica le linee essenziali) sono “ritratte” dal fratello. Un incontro annunciato: che Giovanni sia sempre stato affascinato dalla figura femminile non è una novità; ha ritratto donne famose come Carla Fracci e Paola Borboni ed è il suo drappo che ha accompagnato Paliodonna (Udine, 1995, n.d.r.). Sono la bocca, le mani, il volto, un oggetto, un’ombra, un simbolo nei ritratti di Giovanni; è un’immagine, un ricordo, un momento della vita o – più spesso – della morte, che Stefania coglie nelle sue ventun donne.

Donne non qualsiasi, anzi a dir il vero eccezionali: vittime eroiche come Anna Frank o feroci assassine come Leonarda Cianciulli che saponificò le pretendenti al figlio; figure storiche arcinote del passato e del mondo attuale, da Cleopatra alla Monroe “dalle aliciglia di visone”, a perle sconosciute della storia, tale Ipazia d’Alessandria, filosofa fatta a pezzi dai seguaci di una dottrina avversaria. Donne forti e tragiche, la Petacci (“utero tondo / cassato dal revolver”), la brigatista Margherita Cagol (“quel volo / dentro la morte armata”); ma anche figure della tradizione, viste in gustosa ironia, come Cenerentola, che manda a quel paese le pubbliche mondanità e se ne sta a casa a sognare presso il camino, o la Bella Addormentata che preferisce non essere baciata dal principe e continuare a dormire l’eterna giovinezza.

E Giovanni, “Principe / talmente esperto / da non osare più di baciarla”, attraverso la magia dei suoi tratteggi apre la porta a questo sogno vero, dove la donna non è più eterna Addormentata da una cultura che la domina e la uccide. La sua matita non teme, come la parola di Stefania si muove libera di creare, di infrangere “questo monolito / muta trama in sottraendi / sortilegio / senza corpo / senza nome” che è l’inscalfibile cardine del mondo maschile.