CAVAZZON Giovanni – l’Ultima Cena
Talvolta le idee nascono da una suggestione o da un incontro casuale, oppure da uno scambio di idee con un amico. Questo è il caso dell’Ultima Cena: uno scambio di idee con un amico, appassionato di questo tema e collezionista di alcuni dipinti o riproduzioni. “Giovanni, mi piacerebbe averne una tua versione”.
L’argomento è intrigante e impegnativo certo, ma in quello spazio che mi indica, un po’ per celia, un po’ per provocazione. Ci sta una tavola alta due metri e larga uno. Non è certo lo spazio che uno potrebbe immaginare… lasciamo perdere…
Lasciamo perdere?
No.
Il tema dell’Ultima Cena è particolarmente affascinante e per un artista costituisce una sorta di sfida, proprio per la grande concentrazione di temi ed anche per la difficoltà tecnica e scenografica che comporta.
Ho provato ad affrontare questo quadro a modo mio, partendo innanzitutto da un punto di vista diverso da quello a cui la tradizione mi ha abituato, per provare a dare nuove prospettive e suggestioni. Ho poi scelto di raffigurare l’immagine di un singolo modello per rappresentare l’unicità del messaggio cristiano e perché tutti noi siamo parte di tutto e tutto è parte di ognuno di noi.
Già nell’impostare il disegno ho provato un grande coinvolgimento che si intensificava via via, mentre il quadro prendeva forma e colore: non mi sentivo spettatore di ciò che si andava svolgendo in una qualche stanza, ma mi sentivo pienamente partecipe dell’avvenimento. Avvertivo il vociare degli Apostoli, sentivo su di me lo sguardo del Cristo, mi sentivo colpire dalla luce.
Ecco, la luce. Questo è un elemento che ho ritenuto particolarmente importante: è degradante, si irraggia da diversi fuochi e raggiunge anche Giuda, il peccatore. Ma non colpisce tutti: cambiando la lettura del quadro, gli uomini non sono più i dodici apostoli ma sono metafora dell’umanità. Un personaggio è chino, ma basterebbe un suo atto: basterebbe che si alzasse e sarebbe abbracciato e scaldato da quella luce.
E quella luce scalda anche me.
Durante un incontro di famiglia mostrai l’opera, ormai finita. Non potevano credere, né accettare che tale quadro andasse a finire in una casa privata, tolto alla vista dei più. Sapevo di aver fatto qualcosa fuori dal comune, ma forse ancora non comprendevo la portata del mio lavoro e mi ostinavo nel mantenere la parola data all’amico. Mio cognato Paolo, allora, fece un gesto che mi stupì. “Ti compro il legno. Tuo è quel millimetro di colore che c’è sopra, ma la tavola e mia e non può essere relegata in una abitazione”.
L’opera fu dapprima esposta per un breve periodo presso l’Istituto Salesiano di Mestre. Fu un’emozione sapere che i riti pasquali vennero celebrati davanti a questa immagine.
Poi l’amica e collega Gina Roma mi consigliò di partecipare alla competizione che si teneva a Carpineto, nel Veneto, proprio su quel tema; ma avrei dovuto partecipare “fuori concorso”, mi consigliò, “non vorrei che un’opera così finisse in una chiesa piccola, vista solo da pochi”. Anche lei insisteva su questo punto.
Accettai il consiglio. L’opera fu segnalata con una menzione speciale e pubblicata sulla copertina della rivista di riferimento.
Il programma prevedeva lo spostamento delle opere al Museo Diocesano Santa Apollonia di Venezia; gli organizzatori mi fecero capire che era pericoloso portare un quadro così in barca e che non se la sentivano di assumere quella responsabilità; però sarebbero stati felici se me ne fossi occupato io.
Andare a Venezia è sempre un arricchimento dello spirito e quella era una buona occasione; insieme a mia moglie ci avventurammo su e giù per i ponti con questo imponente bagaglio sistemato su un carrello. Era protetto da un involucro trasparente. Purtroppo non ci siamo fatti una fotografia, ma decine sono stati gli scatti dei turisti che si vedevano d’improvviso sbarrare le calli da quel gran quadro; scattavano la foto e poi scattavano di lato, per farci strada.
All’epoca, il Museo era anche sede dei restauratori. Nella stessa sala incrociavo lo sguardo con una pala di Gianbattista Tiepolo e con la mia…. L’emozione fu forte. Dagli incontri con l’allora direttore scaturì reciproca stima. Quando venne la scadenza per il ritiro delle opere, avevo un altro impegno, per cui chiamai Mons. Gino Bortolan chiedendo qualche giorno di tempo. “Maestro”, rispose, “un quadro così può restare qui fin che vuole!”
E lì è rimasto. Appartiene al Museo Diocesano di Venezia e ho potuto più volte tornare a vederlo.
Tuttavia non potevo e non volevo deludere il mio amico al quale avevo dato la mia parola. Non è mia abitudine ripetere nulla, per cui mi misi in un’impresa un po’ folle, ma sorretta dalla mia dedizione e dalla padronanza che avevo ormai acquisito con il pirografo. Si tratta di bruciare il legno con una punta rovente. Non è come lavorare con la tempera, dove un errore può essere corretto; qui basta una svista, un momento di debolezza per rovinare il tutto. Qui sono tredici figure su una tavola alta due metri e larga uno. Davvero un azzardo, vinto.
Udine, settembre 2024

