CAVAZZON Giovanni – La figura femminile
Da giovane studente in scenografia e scenotecnica, ho avuto l’opportunità e il privilegio di frequentare le lezioni (sette ore al giorno per sette anni) all’Accademia Paolo Toschi di Parma, che aveva i laboratori sopra lo splendido Teatro Regio.
Respiravo teatro e mi invaghivo dei personaggi e delle loro storie.
L’incontro con l'arte greca fu amore a prima vista; e poi, quei miti straordinari! Lotte fra Titani e armoniose danze di ninfe, improbabili amplessi per nascite improbabili, amore e odio, ira, invidia, gelosia e, chiusa in un vaso, la speranza.
Di qui, certo, prendono origine i miei cicli dedicati a singoli personaggi (Pandora, Eua - La grande madre) e quelli delle Veneri, delle Baccanti e delle ancora inedite Muse.
Attraverso queste opere ho modo di esplorare il corpo femminile, cercando di riscattarlo dalle orribili violenze che subisce, dalla mercificazione cui il mercato la obbliga. Nel corpo della donna cerco armonia e in ognuna la trovo. Non cerco la bellezza fine a se stessa, non mi interessa.
Nell’antica Grecia trovo la donna di oggi, nel ruolo attivo dell'affermazione di sé, quella che si conquista ogni spazio e che se ne va a conquistare lo Spazio. Nell’antica Grecia trovo la donna che incontro, l’amica, la sorella, l’amante; cioè trovo la Musa, quella che sa dare all’artista il sommo dono dell’Arte.
Ho in mente altre opere per esaltarne la figura, anche una Assunta; è senza aureola, ma è divina.
Avrei tante cose da dire, ma lascio ad ognuno il piacere di leggerle a suo modo nelle mie opere. Posso dare qualche indizio, e lo faccio con le parole di una donna, un'amica cara; si chiama Victoria Dragone[1]. Ha visitato il mio studio, poi ha scritto di ciò che ha visto e vissuto. Le sono grato.
30 settembre 2020
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La mostra verrà arredata con vestiario femminile, anche che copra il nudo o che lo metta in risalto, che vada a colpire l’intimità della donna.
Invece di mettere, a titolo di decorazione, un vaso con dei fiori, si mette una guepiere, una giarrettiera, un reggiseno, calze, che servono a ricordare/corredare/arredare con oggetti molto vicini al corpo, non necessariamente provocatorio, anzi un vestiario poco piccante.
Ambientazione: un armadio con i vestiti, normali, a casa di una qualsiasi; anche d’epoca: specchiera con i cassetti, tavolo da toilette, dove la donna sogna la sua bellezza, di mettere a disposizione il suo corpo esaltando la propria bellezza (non necessariamente dal mero punto di vista estetico).
Lo scopo di questo arredo è aiutare la donna a salvarsi, a salvaguardare la propria bellezza, a salvarsi dall’oppressione.
Se la pubblicità serve per salvare un prodotto, a maggior ragione gli oggetti esposti nella mostra devono essere salvifici, a salvare la donna così com’è.
Perfino le bambine si mettono i tacchi. Tutte le donne hanno mantenuto questo vezzo, di qualcosa che serve a salvare la loro natura.
6 novembre 2020
[1] Vedi “Il messaggio sacro dell’arte”

