CAVAZZON Stefania – Pindaro
Siede nell’essenziale (tanto vero quanto vuoto), vi si appoggia, come fuoriuscito dalla citazione di un contesto perfetto. Il braccio destro, forte, palestrato, in evidenza, la mano comunque aristocratica, gentile. Il primo dei “nove lirici”, secondo il canone composto dai grammatici alessandrini. E subito i giuochi Pitici, svolti durante la sua nascita, riemergono, col loro clamore e balza agli occhi, dal contrasto armonico che si sintetizza nel polso sospeso, la sua nobilissima origine da una delle più illustri stirpi doriche, gli Egidi.
Il capo è piegato a sinistra, come la tradizione lo vuole, ormai ottantenne, all’atto della sua morte dolce, sul petto dell’amato Teosseno, nella palestra di Argo. Tale postura però ben altro suggerisce: egli, Pindaro, profeta della cultura dorica, sacerdote della poesia corale traverso la quale si esprimevano aspetti di vita nobile ed eroica, ha da cedere il passo all’attica nuova espressione, alla futura sofistica, meno aristocratica e conservatrice, meno solidamente etica.
Tutto il lato sinistro sfuma, in un lirico presagio di dissolvenza, pure la cetra, tenuta senza alcuna forzatura, quasi parte di se stesso.
Opera su di lui l’ape, l’archi-tèkton, l’ispiratrice di canti ed ecco i suoi versi, dalla Pitica X: “Il fiore degli inni si lancia com’ape dall’uno all’altro argomento”. E architetto è senz’altro, in tale opera, Giovanni Cavazzon. Da fondamenta di particolari che sono sostanza e anima di un mito e di una civiltà, con dovizia matematica e rigore scientifico, l’artista costruisce, o meglio, riesuma lo spazio di un destino, lo colloca al di là del tempo, ne ristruttura il senso ultimo e lo dispone per un’eternità di poesia, di musica, di mistero.
Parma, 8 aprile 2013

