CAVAZZON Stefania – Intorno a Giovanni Cavazzon

Il talento è un attributo con cui si nasce. Nel corso della vita esso può concretizzarsi in Opera d’Arte, ma solo se chi lo eredita se ne accolla in pieno la responsabilità. Ciò significa che non basta sedare gli impulsi, convergenti verso una determinata disciplina, con una pratica occasionale. Innanzi tutto occorre un estenuante lavoro d’apprendistato, esterno a noi, per affinare l’uso dello strumento, qualunque esso sia. Da tale assiduo, assorbente, totalizzante applicarsi affiora presto l’arguire di stare attuando un mezzo per una comunicazione alta, o ‘altra’. A questo punto inizia la fase interna a noi, la presa di coscienza, anche solo intuitiva (non ragionata, non giustificata criticamente), di ciò che andremo ad esprimere, di quale mondo alternativo saremo portatori. Qui entra in gioco l’assumersi l’onere dell’intero processo. Ci si potrebbe disfare del fardello, nessuno ce ne vorrebbe.

In molti rinunciano, il percorso prevede una scelta etica troppo rischiosa.

È in questa fase che Giovanni Cavazzon, optando per un fervido, fideistico prosieguo, parte con la ritrattistica. Contrariamente ad altri pittori che usano il genere per circoscrivere la propria attività, egli ne fa un motivo di apertura, di indagine, di ricerca. Intorno a lui un ambiente nuovo, da approfondire, un abitare, un vivere che nascondono motivazioni e abitudini ostiche. I volti parlano, svelano quanto vi sta dietro, diventano un florilegio di storie, la storia stessa, la trama psicologica di un territorio di cui appropriarsi, da sviscerare. L’indagine si estende, non saranno più solo i friulani a raccontarci di sé e della propria terra, ma chiunque, di qualunque luogo, fin dove può giungere l’umano senso. La ricerca di Cavazzon diventa un viaggio nel tempo, nella Storia dell’Arte, nel destino intimo di ognuno, nel costume, nella sociologia, nell’antropologia, nel mito.

Ecco che dai volti Cavazzon scorre sull’intera figura e, quella che più lo attrae, la figura femminile. Nascono così le Veneri. L’approccio, pur se giustificato da riporti che suggeriscono imballaggi museali, è di puro lirismo. I corpi fluttuano in un qualche elemento (acqua, aria, etere?), così vividi ma pure rarefatti, così sensuale e al tempo stesso inarrivabili, sospesi fuori dal tempo e dalla storia ora, ma per esservi ricondotti, liberati da inutili sovrastrutture, da brutture e sfasamenti, con l’armonia originaria della classicità. poi la visuale si sposta in una sorta di voluttà fotografica, si slarga in manifesto; la figura così riporta parziali vestimenti di divertite attualità, si duplica in gioco bifronte tra luci filmiche e neri pubblicistici. Quindi ritrova un’antica idealizzazione e si associa ai mestieri, alla terra, al fuoco, al vino, alle stagioni. Il suo destino si lega al pianeta, alla luna (la moglie Anna, inconsapevole Iside), ai solstizi e agli equinozi, al ritmo pagano della magia della natura, alle sirene omeriche, alle notti stellate di Lucrezio, ai fuochi e agli inferi di Virgilio, alla carnale poeticità di Orazio.

Il sorprendente transito nella mitologia (Paride e Afrodite, Dafne, Pandora, Le Ninfe, Le Muse, Le Ore, Pindaro, eccetera) che da qui in avanti Giovanni Cavazzon compie, realizzando associazioni scenografiche alla pittura, citando l’affresco, creando nuove prospettive e angolazioni, inserendo figure maschili di eroi assoggettati o autonomi, crea già di per sé un museo avveniristico di riporti e innovazioni, unificando e congelando in un’unica vasta galleria di figure mitologiche l’arte classica e la contemporanea.

I personaggi di tale museo, agenti e svanenti su tele, presi da un rituale che rievoca e oggettiva le attese degli uomini di tutti i tempi, via, via spostano l’essenza lirica delle prime figure in un nuovo sentire epico, di cui Athena (opera non ancora terminata) traccia forse l’atto conclusivo.

In fondo, tutti i protagonisti dei miti classici altro non erano che umanità, quella specifica sorta da una cultura così profondamente scandagliata che le sue risorse sono ancora fonte di provvigione per noi; né la cultura classica determina l’interesse diretto da parte nostra (e di Cavazzon), piuttosto la possibilità di comprendere e di essere compresi, quella latente complicità che sentiamo sussistere e che ci offre l’occasione di travestirci in loro e, altrimenti, di travestire loro in noi.

Giovanni Cavazzon, seguendo l’iter faticoso e altamente responsabile della sua arte pittorica, ci dà questa occasione unica e straordinaria. Nel compiere il suo ciclo epico con la figura, egli avvicina mondi e dimensioni umane e pittoriche apparentemente inconciliabili, sfata l’impossibilità di agire ancora pittoricamente dopo l’astrattismo, utilizzando con umiltà, sapienza e competenza ineguagliabili, anche quell’esperienza vissuta negli anni giovanili; offre una ragione universale ad un’arte che, al pari di altre (musica e poesia, per esempio), si sente superata. Credo che la sua operazione, a proposito di musica, sia da paragonare a quella di Arvo Part.

Parma, 14 giugno 2015