DAMIANI Licio – Alberi come miracolo esistenziale

Nei giorni limpidi di gennaio sulle colline mediterranee fiorisce l’olivo, albero leggendario “in cui” – poetava Gabriele D’Annunzio – “si cela un nume ineffabile”. Lungo le coste, le sue foglie a punta lanceolata inquadrate sul mare suggeriscono una nostalgia di miti. Originario dell’Asia minore, l’olivo trovò in Grecia il suo ambiente naturale e la prima regione in Italia in cui l’olivo domestico giunse fu la Calabria, per opera dei Greci fondatori delle colonie sulla costa ionica. È una coltura che è anche simbolo. Gli antichi la ponevano a fondamento della sapienza divina. L’olivo donato dalla dea Minerva per la costituzione della città di Atene frondeggia ancor oggi tra i marmi greci accecanti di luce del Partenone e dell’Eretteo; esprimeva anche concordia e amore. Sul letto nuziale scolpito in un ceppo d’olivo centenario, Ulisse, al termine della Odissea, accolse la fedele Penelope. Per il Cristianesimo è diventato emblema di carità, di pace, albero della vita, immagine del Redentore. I pittori senesi del Trecento nelle loro poetiche Annunciazioni, raffiguravano l’Angelo in atto di donare alla Vergine un ramo di foglioline leggere d’olivo.

Cavazzon, che ha scelto di rappresentare un esemplare di Olea come quella omerica, pure se lo spazio utilizzato è obbiettivamente ridotto, restituisce all’albero la sua centenaria interezza. Egli lo coglie di scorcio, vi si inerpica col suo magico pennino che dal possente tronco sale, sale e ricrea, germoglia e rigermoglia, trama fusti e viluppi stregati, su, su, fino al taglio scenografico con cui cela il culmine e il rispettivo controcampo celeste affinché là si presuma ogni ulteriore crescita. L’olivo di Giovanni, come pure gli altri tipi di alberi presenti in questa collezione, è scosso da un’energia reale, che esalta la vita, che genera linfa sacrale e virgulti sonanti. Non c’è in esso nostalgia, solo smania di essere, di pollare, nell’eterna, riproducibile giovinezza della natura. È un “piccolo” gigante vivo, assolutamente presente.

Un altro albero ricco di evocazioni, il cipresso. Di solito i cipressi vengono associati a un’idea funeraria. Sono per tradizione gli alberi dei cimiteri. Eppure, in queste piante non c'è niente di lugubre, simili come sono a schiere di lance ritte verso l’azzurro. In Oriente evocavano la fertilità. I Romani ponevano a guardia dei campi, per renderli fecondi, sculture priapesche intagliate nel legno di cipresso e gli sposi ricevevano il giorno delle nozze fronde di quest’albero; come cantava il poeta Catullo: “e l’aereo cipresso intreccia intorno alla loro casa i rami”. Eppure furono proprio i poeti greci e latini ad attribuire alla pianta un significato funebre e lo formalizzarono in un mito (vedi Le Metamorfosi di Ovidio). Ciparisso, innamorato di un grande cervo dalle corna d’oro e pietre preziose, esercitandosi con il giavellotto, per errore trafisse a morte l’animale e disperato volle seguirlo nell’Averno invocando gli dei di poter manifestare un lutto eterno. Fu trasformato così nella pianta “che irrigidita svetta con gracile cima verso lo stellato cielo”.

In Cavazzon, il cipresso sostituisce timidamente il campanile di qualche chiesetta. Il cimiteriale è scomparso; al suo posto, una smeraldina allegria. Il priapesco, nemmeno a pensarci. Il cipresso è un ragazzetto lungo, lungo che gioca, un essere in erba che, pur senza campane, improvvisa un verde, divertito scampanio, non troppo forte; qualcosa o qualcuno potrebbe ridestarsi e Giovanni lo vuole evitare. Così, nel tratto squisitamente favolistico ma pure impeccabilmente architettonico, il pittore (disegnatore), con una metafora, rimanda l’evolversi dei destini troppo umani. Il cipresso è un albero, dopotutto.

Questo grande e sensibilissimo artista che ha dato nuova forma e significato, nuovi spazi e contesti a volti e corpi, che si è misurato col mito riconducendolo alla più raffinata contemporaneità, oggi, qui, ci stupisce con l’inedito itinerario di albero in albero. Viaggio che si preannuncia come un passatempo, per diventare quasi subito sogno e poco oltre riflessione filosofica, nonché avventura nell’organico e magia della fisica (il tutto con mano dolorante e qualche altro impedimento dell’età). Il suo imprimere piccole icone fronzute, con grafia limpida o arruffata da tensioni dinamiche, elegante e tragica, gioiosa e musicale, come di frammenti sinfonici che si dipanano a narrare il senso profondo, feerico, della natura, talvolta rasserenante, soprattutto là dove il colore si aggiunge come a pacificare gli empiti della materia, sembra l’umile atto di un’estrema compenetrazione. Sembra che l’artista voglia evocare emozioni covate lungamente, con le quali cantare un incommensurabile, misterioso, affascinante miracolo esistenziale. Il formato dei “ritratti d’alberi” potrebbe alludere ad un lavoro illustrativo, ma tutt’altra faccenda è il risultato, oltre all’intenzione. Solo una lente d’ingrandimento, quella dell’orafo in particolare, potrebbe rendere giustizia ai ‘carati’, alle ‘faccette’ perfette, all’assenza di impurità e alla profonda verità di tali pietre preziose. Virtuosismo, arte minuziosa, questa di Cavazzon, ma anche partecipazione, rigenerazione, preveggenza. Giovanni entra ed esce dalle spore, dai nettari, con la penna dell’anima, come un’ape pensante e appassionata e il miele che ne deriva è una delizia. Udine, aprile 2022