MAROÈ Andrea – Testimonianza
Ho sempre pensato che più che una foto, fosse il disegno di un pittore a poter rendere il corpo di un albero e soprattutto la sua anima. Gli alberi di anima non sono privi, bensì stracolmi, a dispetto di chi li vuole quasi esseri inanimati e muti. Gli alberi respirano il sole, piangono la nebbia e disegnano l’aria. Il loro spirito costruisce l’aria di cui viviamo, crea dai sassi la terra che coltiviamo e profuma il mondo con la sua calma antica e serena.
E io, che di alberi ho vissuto, ho sempre fatto fatica a includere un albero in una foto, a raccontarlo con la sola immagine di una istantanea. Un essere fatto di tempo è difficile da immortalare in uno scatto. Più facile mi è forse descriverlo a parole. Ho sempre sospettato che il modo migliore per coglierne l’essenza fosse un dipinto. Ma io di certo pittore non sono.
Così, quando ho visto per la prima volta questi disegni – “incisioni” dell’anima - di Giovanni Cavazzon, sono rimasto sorpreso.
In queste opere di Giovanni ritrovo molti alberi della mia terra, che ho amato, curato, su cui mi sono arrampicato e su cui, ringraziando Iddio, veglio tutt’ora. Altri li ho conosciuti nei miei viaggi, li ho scoperti con le mie mani e, come accaduto per Giovanni, sono sempre rimasto irretito dai loro rami.
Per questo trovo in tali opere una fratellanza genuina tra quello che è la cura per l’albero, il suo legno e le sue radici e la capacità di condividerne lo Spirito con il gesto pittorico. Gesto artistico che rivela spesso ciò che la scienza e la tecnica arborea non sono in grado di insegnare. L’amore per un essere, delicato e immenso, sapiente e tenero, giovane e potenzialmente eterno, che tutto di sé regala senza nulla volere in cambio.
Nel tratto bianco e nero delle opere del Maestro intravedo l’essenza della struttura e il cuore della pianta, nel colore annuso il suono dei suoi fiori.
Nella mia trentennale ricerca di alti rami sono grato a Giovanni per avermi rivelato, col suo tratto sapiente, l’anima di alcuni di loro e ritrovo tra i rami su cui mi sono arrampicato, spesso accarezzati dalle mie stesse mani, la dolcezza e l’umiltà necessaria per avvicinarsi al loro cospetto.
Nel mio egocentrismo giovanile spesso ho pensato che io, in cima ai loro rami, potessi essere più vicino al Dio che li aveva creati di qualunque altro essere umano. Sedendomi lassù, sulle loro infinite e intricate chiome respiravo il loro odore e mi nutrivo della loro incommensurabile pienezza beandomi della solitudine regalatami in quell’alto abbraccio verde.
Ora, reso almeno un po’ più umile dal tempo e dalle cortecce che mi han rugato il viso, guardando queste opere - “incisioni frementi di Vita” - sono certo che un artista può cogliere il senso di questi esseri eterni, può comprendere le tensioni e linee vitali di una linfa che nasce dalla terra, tanto quanto, e spesso più di chi, con questi alberi, ha condiviso, per un dono insperato e gratuito, il cielo.
Ringrazio perciò Giovanni per questo suo “racconto” vivido e pieno di ossigeno, come solo gli alberi sanno regalare e spero che in tanti, guardando i quadri di Cavazzon, anelino all’infinito, così come i soggetti dei suoi dipinti insegnano a fare.
“L’ottimo pittore non dipinge
ciò che della natura
appare ma ciò che la natura
non ama mostrare”.
Tarcento, aprile 2022

