Stefania Cavazzon - Parola
Dalla prima fiaba decifrata, ho sempre cercato il Luogo eroico in cui, insieme ad altre, colte, fantasiose o pragmatiche, canore o furibonde, mute, in risa o lacrimanti, speranzose, imbronciate, decrepite o puberi, atteggiate o disinvolte, in ogni caso disponibili, lavorando sodo e con criterio le parole, ritessere segretamente la vita.
Scoperto il Luogo, possiamo imbandire io e le mie sorelle, impalpabili infiniti “pranzi di Babette”, ingredienti le parole, morte o appena nate, dimenticate o logore per l’uso, raccolte dalla sapienza ma individuate dal nostro cuore e sostenute da una severissima vocazione. Meta di questo mistico camangiare è l’attuazione di una Nuova, che, per bellezza, profetazione, antinomia e, dunque, gioia di libertà, sveli, anche solo per una frazione illusoria, l’enigma della Natura, la Grande Dea Madre, che ci richiama oggi alla luce protagoniste, dagli ànditi sotterranei dove il nostro Pensiero, la nostra Etica, fingevano di sopire smembrate da tutti gli “episcopi”.
Il Luogo è la Poesia, ma c’è da capire quale.
Ci fu un Tempo mitico in cui la società patriarcale, sopraffatta dai “nuovi barbari”, consegnò il Vello nelle mani di Giasone e nascose il significato del Graal dentro il tabernacolo. Rimise i propri simboli affinché non fossero cancellati e, con essi, affidò anche le arpe e le cetre, i monogrammi arborei, l’astratta procreatività di un alfabeto. Gli uomini, intuendone il valore, cercarono di appropriarsi di tutto ciò, ma invano Orfeo volle riportare in vita la sua ispiratrice.
Ormai, Poesia significava cercare lei, ovunque se ne indovinasse traccia, o tentare di sostituirvisi, per avvertire sempre, come meravigliosamente sintetizza Juan Ramon Jiménez “Solo queda en mi mano / la forma de su huida!”
I millenni trascorsi da allora non hanno fatto che rieditarne l’essenza e oggi il suo Luogo è “in ricostruzione”, ve l’assicuro, io sono una specie di capomastro e i miei operai, per adesso, solo le poche tracce e i frammenti di quelle infinite donne che compongono la sola, unica, eterna.
Ma questo nostro Luogo della Poesia si compirà, anche per mano vostra, care lettrici! Basta vigilare sugli archetipi che ogni linguaggio contiene, ripercorrere i miti con Robert Graves, il poeta autore di “La Dea Bianca”, accostarsi ai testi prebiblici e induisti, nonché, più semplicemente, sentire l’io Luogo della parola rinata. Se un critico letterario ricercherà in questa Poesia analogie con l’altra (quella patriarcale) fallirà. Apparentemente, dopo le opportune analisi, secondo le leggi catalogiche, tutto è riconducibile ad una comparazione, però qui equivarrebbe a mettere a confronto una situazione reale con una virtuale. Ecco. Perché preferire l’imitazione virtuale quando l’astrazione della Poesia Originaria è così vera? Le ventuno sorelle presenti in questo testo sono messaggere della Poesia che riabbraccia il genere primigenio della parola-poesia. Siamo al chiarirsi del mistero: IMMACOLATA CONCEZIONE. È forse il verbo che innocentemente si è fatto donna e il VERBO è l’ostia che contiene il corpo prolifico di una madre che può concepire, sia pure con disagio, il piacere morale antitesi alla morte, rivelatore della morte, naturalità, crescita, acme, senilità saviezza. Per Umberto Eco è una colomba che sorvola l’isola del giorno prima, l’ultima delle colombe che accompagnavano le dee procreatrici, la prima veggente fra gli accademici a favore popolare.
A proposito di accademici, ho scoperto la pubblicazione di una tesi di laurea su Ipazia d’Alessandria, mi sono servita di questo libro per trarre il profilo a un personaggio così fondamentale per la nostra ricerca. L’autrice si chiama Gemma Beretta, è di Milano, è una delle “nostre” senza conoscerci.

