CRICO Ivan – Theatrum Mundi. L'opera di Giovanni Cavazzon tra illusione e verità

La cerimonia di donazione delle opere del maestro Giovanni Cavazzon alla Prefettura di Udine ha rappresentato un momento di grande significato artistico e culturale, che ha saputo unire riflessione storica, valore civico e ispirazione per le nuove generazioni, avendo coinvolto alte figure istituzionali e accademiche insieme a molti studenti.

Le cinque opere, di grande valore simbolico, sono Trincea che onora il sacrificio dei soldati assistiti nell’ospedale militare, ora Prefettura; Droga rappresenta l’impegno delle forze dell’ordine nel contrasto alle problematiche sociali; Mascherone è tributo al tricolore e alla città. Un richiamo ai valori della famiglia, con ritratti che celebrano figure iconiche della cultura italiana, l’étoile Carla Fracci e il regista Beppe Menegatti.

La formazione rigorosa di Giovanni Cavazzon all’Accademia Toschi di Parma, con il suo approccio intensivo e selettivo, ha plasmato una visione artistica che intreccia tradizione e innovazione. Ci descrive la scenografia come “il vero, dunque la vita” e allo stesso tempo “il falso del vero”. Attraverso questa dialettica tra realtà e illusione, la sua arte si colloca in una dimensione che esplora le profonde interazioni tra l’essenza e l’apparenza; riprende la tradizione della pittura figurativa e ne rinnova il significato. Le sue opere reinterpretano il reale con composizioni che evocano la grande tradizione della pittura rinascimentale, ma la loro integrazione con sfondi astratti e materici le lega ad un linguaggio contemporaneo, calato nei problemi del mondo odierno. “Non posso dire che la scenografia mi abbia ‘influenzato’ perché è una tecnica assoluta”. Proprio questa assolutezza permette a Cavazzon di restare fedele alla rappresentazione del vero e di coinvolgere lo spettatore, come in un teatro, facendolo sentire totalmente parte, di volta in volta, di ciò che accade nella rappresentazione. Cavazzon conferma questa visione anche nelle sue importanti opere di arte sacra perché torna al suo essere scenografo. “Sono composizioni che ho imparato dalla frequentazione della vita, cioè dal vero”, ci dice. Esempi tangibili di questo suo modus operandi sono l’Ultima Cena, che evoca nello spettatore l’illusione di trovarsi in una posizione sovrastante e dove i diversi fuochi creano un ambiente irreale, non terreno, quando pure i commensali sono certamente personaggi che appartengono al nostro vissuto. Un altro esempio è il trittico per il Sacrario Militare di Redipuglia, dove l’ambiente è astratto, perché a noi inconoscibile, ma i volti sono umani (San Benedetto raffigura un vero monaco benedettino: non uno stereotipo, ma un essere vivo che continua il messaggio originario). I volumi delle vesti vanno a sfiorare elementi tangibili della loro e dunque della nostra storia.

Il pittore ha scritto: “Credo che la ricerca del bello sia un mezzo per insegnare il bello stesso; noi ci formiamo (anche) attraverso le immagini che immagazziniamo nella nostra mente; il bello ci fa amare il bello. Ma non tutte le immagini, almeno della mia pittura, rappresentano ‘il bello’, sono tuttavia realizzate in modo (e qui ancora torna lo scenografo) da evocare, far conoscere, far interiorizzare ‘il brutto’ per esorcizzarlo, fare in modo da evitarlo. Droga mostra una donna annientata; in Discarica troviamo cumuli di bambole rotte”. L’opera del maestro Giovanni Cavazzon rappresenta un esempio tangibile di come la pittura figurativa possa essere reinterpretata in senso attuale mantenendo una connessione profonda con la tradizione e utilizzandola per esplorare tematiche moderne e universali. Il suo lavoro si colloca in quel dialogo tra passato e presente, tanto caro a critici come Zeri e Clair, ribadendo che lo studio della storia dell’arte e delle tecniche tradizionali è ancora oggi una via per raccontare, con forza e autenticità, i drammi e le speranze di uomini e donne in cammino lungo le strade dell’essere.