CAVAZZON Stefania – per i Santi di Redipuglia. L’atto religioso di Giovanni Cavazzon
Dopo la esegesi pittorica di San Benedetto, fusione perfetta di storia e mito, carnalità e spirito, religiosità e morale, indole e magistero, movimento e fissità, colore e luce, Cavazzon conclude il progetto per Redipuglia con l’atto di far sgusciare dall’impalpabile, in assolata elevatezza, la benedizione del Santo Wojtyla, vivacissima pur se fissata nel gesto, così vivida da muovere chiunque ad un commosso accogliere. È rivolta all’attualità di una folla appena abbozzata, lontana, terrena perché posizionata in basso, ma ben più astratta nella sua calca accorrente che non il volto del Papa. È, tale folla, l’anima di Berlino, della Germania divisa, intorno alla Porta di Brandeburgo. È l’anima del mondo cattolico, di tutti i fedeli, di tutte le patrie, di tutte le fedi. Moltitudine indistinta, che acclama, che si fa corteo, che scavalca e abbatte muri, i terribili muri dell’ostracismo. È il pullulare di tutti i fantasmi che creano la storia, di anonime vite, di quotidianità, di sogni e sacrifici, di vittorie e rinunce, di umiltà e di eroi. Pochi tratti per tutto ciò, di una sapienza figurativa da cui nulla sgorga casuale.
Viste nell’insieme, le opere descritte e quella di Cirillo con Metodio, risultano assai più omogenee di quanto ci si potesse attendere. Le differenze epocali e contenutistiche, anche se evidenti perché evocate con dovizia di particolari, si esprimono lungo un processo temporale di stile che ogni volta riassume in sé, con una sinossi narrativa mirabile (poetica potremmo definirla, se per poesia s’intenda la traccia che assurge ad un oltre) alcune vicende essenziali della storia di una religione. Della storia del pensiero che in quella stessa religione si è evoluto, grazie a tali personaggi.
Colui che ci narra, il pittore Giovanni Cavazzon, nel suo viaggio nel tempo non ha mai smarrito, neppure per un istante, lo scopo prefissatosi, quello cioè di comunicarci l’essenza mistica, filosofica, umorale dei personaggi in un atteggiarsi di mani o nella metafora ottenuta dal colore o nell’espressione personalizzata dei volti e, altrimenti, di avvicinarci all’incomprensibile con delizie metafisiche e di eluderci il pregiudizio e l’ovvietà, nel vuoto rigido delle tuniche, nella ieraticità delle imponenti aureole, nei vari piani prospettici, nelle velate o particolareggiate allusioni architettoniche. Il progetto ci parla di una dimensione straordinaria, interpretata con amoroso filtro umano. Tutto il Divino comunque lo pervade, attraverso la qualità del linguaggio pittorico, estremamente moderno, attuale ed unico per capacità di recupero nell’uso delle figure, degli sfondi, degli accostamenti, dei significati, delle proporzioni, delle sintesi. Al di là dei personaggi narrati e della storia che li riguarda, il Divino addirittura irrompe con la giusta luce che la grande opera d’arte sa emanare. L’artista trasforma l’icona d’obbligo, le intuizioni affettive ed intellettualistiche, gli elementi documentaristici e i particolari storici in un’unicità sorprendente, in un’assolutezza raggiante, in una sospensione stupefatta.
Siamo di fronte ad un’esperienza d’arte figurativa che non è solo testimonianza, ma resurrezione. L’aspetto scenografico del contesto è tale da riesumare, come in un corrispettivo teatrale, la profonda verità dell’evento e da fissarla in un eternato incanto, in una perfetta, gioiosa consapevolezza. Ecco, dunque, l’aspetto fondamentale di questo progetto: l’artista ci trasmette la gioia di essere dentro e fuori l’evento stesso, di poterlo rivivere e slontanare con lo strumento privilegiato dell’attore. Lo spettacolo a cui ci è dato presenziare e che resterà vivo perché non ha quinte che si chiudano o luci che si spengano, abbraccia secoli di pensiero, ma è concentrato in pochi versi di poetica pittorica e la poesia dell’immagine, quando così alta, è in se stessa atto religioso.
Parma, aprile 2017

