DAMIANI Licio – Umane epifanie del Sacro
Umane epifanie del sacro
Importanti per originalità d’impostazione e intensità spirituale sono le opere d’arte sacra. Aprono il capitolo due dipinti nel Santuario di San Pietro e Santa Maria della Pace a Marzolara, in provincia di Parma: la Trinità, con richiami agli stilemi di Duccio e Cimabue, e la Crocefissione, ispirata a pagine della pittura seicentista, tenuta su una drammatica dominante rossastro-arancione.
La composizione che si impone per fermenti assolutamente nuovi è l’Ultima Cena, conservata a Venezia nel Museo diocesano di Arte Sacra “Santa Apollonia”. Il punto di vista è situato in alto, perpendicolare alla mensa intorno alla quale siedono Cristo e gli Apostoli, sui quali lo spettatore ha la sensazione di precipitare.
Già Tintoretto, nell’Ultima Cena in Sala Grande della Scuola di San Rocco e, in termini assai più spettacolari, nel grandioso telero della chiesa di San Giorgio Maggiore, aveva spostato l’obiettivo dalla tradizionale posizione frontale in cui la scena viene solitamente raffigurata ad audaci scorci diagonali, accentuando così la profondità del set ambientale e innescando un divampare suggestivo di luci ed ombre. La scelta di Cavazzon è ancor più radicale. Visto dall’alto, il gruppo risulta appiattito ed esalta in tal modo l’umanità del Redentore, che diventa uguale a quella dei discepoli. Mentre in Tintoretto Gesù campeggia in posizione centrale, a un livello quindi ontologicamente superiore, sottolineato dal nimbo luminoso che lo distacca dagli astanti, in Cavazzon la divinità del Cristo è luce che scaturendo dalla sua persona si irradia sugli Apostoli e li fa quindi partecipi del divino. Soltanto l’angolo in basso, dove si acquatta Giuda[2], è immerso nell’ombra, entro la quale, peraltro, sfolgorano una veste rossa e un manto azzurro di due suoi compagni. Gesù, volgendo lo sguardo verso l’alto, incontra gli occhi dello spettatore e lo spettatore finisce per identificarsi in lui. La circolarità che racchiude compositivamente la scena diventa circolarità ideale.
Di questo quadro l’autore ha redatto una versione pirografata. La purezza dei segni rende ancor più immediatamente percepibili l’assunto contenutistico e gli schemi formali.
Nel Cantico delle Creature, invece, la prospettiva è violentemente ribaltata dal basso. San Francesco, raffigurato con scorcio audacissimo, leva le braccia al cielo solcato da una coppia di gabbiani, creature che non temono di “affrontare il mare”.
Nel repertorio sacro rientrano anche alcune Pietà trattate con patetismo manieristico; le potenti versioni grafiche in bianco e nero delle statue barocche del Redentore e di San Paolo nella parrocchiale di Refrontolo, vicino a Calalzo, e del gigantesco, totemico, San Cristoforo del Maestro Giglio sulla facciata del Duomo di Gemona; il San Marco e la Santa Giustina del Duomo di Palmanova, sfarinati da una luminosità dorata: incornicia l’evanescente e raffinata resa pittorica delle due sculture il montaggio ellittico e allusivo di elementi architettonici del tempio Palmarino. Infine, due omaggi a Giovanni XXIII. Il primo ritrae il “papa buono” nella pienezza dell’esercizio pastorale, il secondo lo raffigura sofferente e invecchiato in un tondo in cui si legge la data del 10 maggio 1963.

