PASCOLO Anna – Giovanni Cavazzon: opere al Palazzo del Governo di Udine
Il papà del m° Cavazzon era comandante di brigata della Guardia di Finanza e per quel ruolo veniva continuamente trasferito su e giù per l’Italia. Il piccolo Giovanni aveva modo di assorbire paesaggi di mare e montagna, culture di città e borghi, assimilava dialetti. Per fortuna, papà Stefano si è fermato a Parma, dove il ragazzo ha potuto frequentare la prestigiosa accademia d’arte fondata da Maria Luigia d’Austria. Ha scelto la specialità di scenografia e scenotecnica, per cui ha seguìto lezioni per sette ore al giorno, per sette anni, in aule situate nei piani soprastanti il palcoscenico del Teatro Regio. Là sopra arrivavano mille suggestioni: i colpi dei martelli delle maestranze e quelli dei martelletti sul pianoforte, poesie ed esclamazioni meno poetiche, interminabili prove d’orchestra; si vedevano robuste soprano interpretare esili e morenti Mimì. Insomma, lassù giungevano vita e teatro e Giovanni assorbiva tutto. Era una scuola impegnativa, tanto che è stato uno dei pochi della sua classe a conseguire il titolo di “maestro d’arte”, anche con ottimi voti.
Arrivato in Friuli per svolgere il servizio militare, vi è tornato poco tempo dopo perché, grazie al suo curriculum accademico, ha potuto scavalcare la graduatoria e cominciare la sua attività di docente. Si è trovato bene in questa terra, tanto che vi ha condotto la moglie a cui purtroppo la vita non è stata amica; se l’è portata via troppo presto, non prima però di aver dato a Giovanni due figlie che lui ama molto.
“Amore” è una parola chiave nella poetica di Cavazzon. Giovanni si innamora sempre, delle sue modelle, certo, ma anche di un volto, di un volo, del riso di un bimbo o di un colore. Lui sublima questo innamoramento e lo trasferisce senza filtri, perché filtri nei sentimenti non ci sono, sulla tela o sulla carta. E lo si vede. Ognuno dei suoi lavori è frutto di amore; sono tutti eseguiti con la dedizione con cui ci si abbandona all’oggetto dell’amore; nel suo caso, la dedizione è sorretta da un innato talento e da solide basi tecniche che continua ad affinare.
Si può assistere ad una scena simpatica quando capita che qualcuno che non lo conosca ancora gli dica: “Piacere… ah, anche lei fa il pittore?” Giovanni risponde: “No”. “Ah”, si sorprende l’altro, “non fa quadri?” “Sì”, precisa Giovanni, “faccio quadri, tondi, e anche rettangoli, ma non faccio il pittore. Io sono un pittore.” L’altro continua per la sua strada e insiste: “Ma lei fa figurativo o astratto? Perché a me il figurativo non piace. Se uno dipinge una mela, è una mela. Se invece fa una macchia rossa io posso interpretare… una mela, o un pomodoro… o chissà… sangue!” Poi, cosa sono queste categorie? O bianco o nero? E le sfumature? Ma neanche tutti i bianchi sono uguali… Bè, in Cavazzon prevale il docente e dunque continua chiacchierando del più e del meno; poi invita l’interlocutore ad andare al Sacrario Militare di Redipuglia. Dopo aver reso il doveroso omaggio, potrà andare nella chiesa in cima allo scalone; troverà tre icone fatte da Cavazzon che rappresentano San Giovanni Paolo II ed i Patroni d’Europa Benedetto da Norcia e Cirillo con Metodio. Figurativi? Molto. San Benedetto è personificato da un vero monaco, tanto che se poi si va all’Abbazia di Praglia lo si riconosce. Tuttavia i quattro Santi sono immersi in un ambiente astratto. In basso, i volumi delle vesti sfiorano solidi e tangibili riferimenti alla loro vicenda umana e dunque alla nostra storia. Poi, sotto ancora, spazi astratti che rappresentano una sorta di pausa e consentono allo spettatore di rielaborare l’intensa esperienza visiva e farla propria assecondando la conoscenza e la sensibilità personale.
Dall’archivio di Cavazzon emergono esempi di studio e di partecipazione a tutte le correnti culturali e figurative dagli anni Settanta in poi e soprattutto del personale superamento delle stesse; ha fatto innumerevoli esperienze con straordinario “talento delle mani”; egli non solo “è” pittore, ma anche “è” disegnatore di rarissima capacità. Sarebbe lungo elencare i temi trattati e le tecniche adoperate, sempre con esiti “alti”. Ha consapevolmente messo in contatto l’aspetto artigianale del suo lavoro con la sua capacità artistica fino a portare l’astrattismo nella figura facendo così nascere un “neo-figurativismo cavazzoniano” di cui abbiamo un coinvolgente esempio nelle icone appena descritte, metafisiche, che portano la figura oltre se stessa.
Questa premessa sulla vita e sulla poetica di Giovanni, strettamente connesse, ci consente di illustrare più compiutamente la selezione delle “opere per il Palazzo del Governo di Udine”. Il m° Giovanni Cavazzon ha accettato volentieri di lasciare un segno in queste prestigiose stanze e lo ha fatto con lavori che propone iscritti in un quadrato con cui sottolinea l’unità dell’intento e la coerenza dei contenuti e dei simboli, nonostante la differenza di temi, tecniche e periodi.
Questo edificio fu convento, in seguito sede del comando militare napoleonico prima ed italiano poi, ed infine ospedale militare. Ora è un’oasi di pace, ma si possono ancora immaginare le grida di dolore e di orrore di quegli uomini feriti nel corpo e nello spirito. Con Trincea il maestro ci fa ricordare il sacrificio di tanti soldati che in queste stanze sono passati. C’è un soldato che urla. Ma da dove viene fuori? Da una grotta, da un buco? È un luogo o si tratta piuttosto dell’oscurità dei suoi dèmoni? Ma viene fuori o ne viene strappato dentro? In questo buio c’è una cosa fredda, immobile: è un elmetto che, per contrasto, rende più drammatica la contorsione e più atroce e sonoro l’urlo. L’opera è stata eseguita nel 1995, anno in cui ebbe termine la “guerra mondiale nascosta” tra Bosnia ed Erzegovina; inutile intrattenerci sull’attualità del tema.
Per significare il costante impegno delle Forze dell’Ordine nel vigilare sulle problematiche sociali, Cavazzon ha proposto Droga, un’opera degli anni Ottanta. Non si vede carne, non si vede pelle e nemmeno un posto; ciò che si percepisce è una mente perduta.
Andando in via Mantica si riconosce senz’altro il mascherone con cui Cavazzon rende omaggio al tricolore e alla città; al dettagliato bagliore della luce sulla pietra, fa da contrappunto uno sfumato che lascia forse immaginare l’insieme dell’edificio.
Con una coppia di quadri Cavazzon richiama ai valori della famiglia; e con quale famiglia! Si tratta dei Primi studi per il Ritratto di Carla Fracci e Beppe Menegatti con i nipotini. Li conosciamo tutti e tutti siamo a loro grati per essere stati veri portabandiera della cultura, professionalità e Italia migliore, ammirati in tutto il mondo. Giovanni li ha vissuti e interpretati nella loro dimensione intima. Nella ritrattistica si esprime efficacemente la capacità di trasportare il disegno nella pittura, sempre con esiti che non possiamo che definire “cavazzoniani”, anche grazie alla formazione di scenografo, come egli sempre sottolinea. Attraverso gli occhi o un dettaglio, Cavazzon mette lo spettatore in relazione sia con la persona (figurativo), che con il personaggio (astratto). Di Beppe ci fa conoscere il “personaggio” attraverso l’espressione ironica, lo sguardo acuto e il dettaglio del colletto della camicia, perennemente fuori posto. Infine, il Primo studio per il ritratto di Carla. La parte superiore è una delizia: una bambina coi bambini; la nonna che si fa piccina per loro. In primo piano il sorriso. Ricevere un sorriso di Carla è come ricevere un dono prezioso che arriva dritto al cuore. Tramite questo disegno Carla continuerà a donare il suo sorriso ad ogni visitatore.

