PASCOLO Anna – L’innamoramento

Era lì da tanti anni, oltre cento, ma aveva buona memoria e ricordava bene tutta la sua storia e quella che i suoi avi gli avevano tramandato. Aveva avuto molti nomi, a partire da quello cinese di Bái sāng. Originario della Cina, andava fiero della cultura millenaria cui apparteneva e di quanto aveva detto Confucio dei suoi ascendenti. Uno dei più antichi era stato così bello, con quei frutti così dolci, che fu trapiantato in Grecia, dove lo chiamarono Lefkí moréa e lo consacrarono al dio Pan, nientemeno che a quella divinità che simboleggia il mondo intero, la natura e il tutto universale a cui l’uomo tende.

Di trapianto in trapianto, un discendente giunse in terra dominata dai Romani, i quali si rivolgevano a lui con un ossequioso Morus alba. Ai suoi piedi si consumò la tragedia di Tisbe e Priamo; fu Ovidio a narrare del loro sangue zampillante che colorava di rosso le bacche bianche come neve. Poi Plinio il Vecchio elogiò un suo bis-bis-bis-bis-bisnonno come sapientissima arborum, perché con pazienza attendeva che fossero scongiurate anche le gelate più tardive prima di far uscire le sue gemme. Lui proteggeva le sue foglie preziose perché con esse dava vita al segreto ciclo della seta preziosa; un segreto così segreto come un segreto industriale; così prezioso e segreto da diventare leggenda. E leggenda vuole che verso il 550 dopo Cristo due monaci del sacro Monte Athos furono inviati dall’imperatore bizantino Giustiniano I il Grande nella città uzbeka di Buxoro - dove per tutti era Oq Tut - per trafugarne i semi e le uova dei bachi da seta nascosti in canne di bambù. Secoli dopo, persino Marco Polo si era soffermato sui suoi bis-bisnonni per farne una descrizione minuziosa; secoli dopo, nel XVII, i suoi parenti fecero diventare Lione la capitale mondiale della seta, tanto che il nome fu impreziosito in Arbre d’Or. Secoli dopo... Ecco dunque lui chi era e da dove proveniva; senza contare le virtù medicali e culinarie e l’aromaticità delle botti fatte di lui. Un poco se ne inorgogliva, tanto che un mazzo dei suoi fiori è il dono ideale per chi è simpaticamente vanitoso.

Di trapianto in trapianto aveva girato il mondo, è vero, ma adesso era lì, fermo, da tanti anni, oltre cento, e non c’era modo di muoversi. Tuttavia era contento lo stesso, perché era un gran chiacchierone e amico di tutti gli insetti e uccelli e animaletti a cui dava cibo e riparo. Essi avevano molto da dire e da raccontare di quel che accadeva più in là e difatti egli era costantemente inondato da fruscii, brusii, bisbiglii, fischi e canti.

Un giorno, durante una breve passeggiata, un signore se lo trovò davanti. Ne osservò la corona espansa e densa; il verde si stagliava contro la corteccia bruna; i rami, lisci e glabri, si distendevano ed accoglievano foglie contrapposte, cuoriformi e lobate, con la pagina superiore più scura, liscia e lucida della inferiore. Volle andargli vicino per conoscerlo meglio e più si avvicinava più veniva ammaliato da quel mormorìo sonoro; le foglie si muovevano e cangiavano magici colori e suoni d’incantamento. Quando vi fu accanto lui gli parlò.  “Ciao, il mio nome è Bianco, Gelso Bianco, un albero”. “Piacere”, rispose l’uomo tendendogli la mano. “Mi chiamo Giovanni Cavazzon; sono un pittore”. “Ah, fai il pittore, che bello!”, disse Gelso ripetendo una frase che aveva spesso sentito esclamare dagli umani. “No”, precisò Giovanni, “io non faccio il pittore; io sono un pittore”. Gelso si incuriosì e volle capire questa differenza, di cui Giovanni spiegò la non sottile sostanza.

Come già sappiamo, Gelso era un chiacchierone e anche a Giovanni piaceva parlare, soprattutto della pittura, che era la sua vita. Gli raccontò di cosa intendesse per arte, di come egli si innamorasse di un tramonto, di una figura, di un volto o di un volo, del riso di un bimbo o di un colore e di come egli trasferisse il suo innamoramento sulla tela o sulla carta, con tinte accese o segni delicati.

Chiacchierando chiacchierando, intanto il tempo passava e il sole illuminava del verde di mille smeraldi e scoiattoli e uccelli, grilli e cicale, farfalle e libellule, e fiori e frutti e foglie e vento e suoni infiniti. Immerso e sommerso in questo arcano, d’un tratto Giovanni tornò in sé e gli disse: “Sai, Gelso, anche per te provo un innamoramento. Dunque fermerò questo attimo affinché tu viva per sempre, nel cristallo di questo momento, come Urna Greca”. Gelso si commosse e gli donò il suo fiore più profumato.

Giovanni proseguì per il sentiero; raggiunte le sue stanze, prese un foglio bianco e con il pennino vi lasciò brevi segni d’inchiostro. Fermò quell’attimo. Aggiunse un cerchio notturno di luce e una cicogna, forse passata di lì a portare una speranza di felicità nuova, anzi, antica.

Udine, 13 aprile 2020